Giustizia al contrario

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Il debito che è diventato reato

Sapete perché Gianni Alemanno è stato in carcere? Perché un fornitore del Comune di Roma, di cui qui non interessa il nome, doveva essere pagato da mesi. Quel credito era rimasto bloccato nella burocrazia, e da lì sarebbe nata la richiesta di sbloccare il pagamento attraverso canali politici o personali. È su questo terreno che i magistrati hanno letto la vicenda come traffico di influenze e abuso d’ufficio. Ma la domanda vera è un’altra: in uno Stato di diritto, il tentativo di ottenere il pagamento di un credito dovuto può diventare automaticamente una colpa penale?

Quando la giustizia si fa vendetta

Ed è proprio qui che nasce la sensazione di una giustizia al contrario. Una giustizia che dovrebbe essere garantista, fedele alla Costituzione italiana, e che invece nel tempo è stata spinta sempre più verso il giustizialismo, per la soddisfazione dei forcaioli e dei Robespierre italiani. Una deriva pericolosa, perché quando la giustizia si trasforma in vendetta, smette di essere giustizia. E chi applaude alla punizione dell’avversario oggi, domani potrebbe ritrovarsi dalla parte sbagliata della macchina giudiziaria.

Il confine sottile tra diritto e sospetto

Il caso Alemanno, al di là delle simpatie o antipatie politiche, ci obbliga a riflettere sul confine tra diritto e interpretazione punitiva. Se un imprenditore o un fornitore ha diritto a essere pagato, perché la richiesta di quel pagamento deve diventare sospetta? Se una figura pubblica interviene per sbloccare una pratica bloccata, siamo davanti a un illecito o a un tentativo di far funzionare lo Stato? Quando il diritto diventa materia elastica e interpretabile a seconda del contesto politico, il rischio è che la legge non protegga più il cittadino, ma lo esponga.

Una pena, due pesi

Questa è la vera emergenza: la giustizia non può essere applicata per gli amici e usata contro i nemici. Non può valere un criterio per chi piace e un altro per chi non piace. La Costituzione italiana parla chiaro: la pena non è vendetta, ma deve tendere alla rieducazione del condannato. Questo significa che il carcere non dovrebbe essere il luogo dove “si marcisce”, ma dove si recupera, si comprende l’errore e si torna nella società con una possibilità di riscatto. Chi dichiara, o ha dichiarato in passato, che alcuni devono “marcire in galera” non ha in mente la Costituzione, ma una filosofia punitiva estranea allo spirito repubblicano.

Non un uomo, un principio

In questo senso, le parole di Alemanno all’uscita dal carcere, con il richiamo a una nuova idea di garantismo e alla riabilitazione del condannato, toccano un punto essenziale. Il problema non è difendere un uomo per partito preso; il problema è difendere un principio che riguarda tutti. Perché se la pena perde la sua funzione costituzionale e diventa solo punizione sociale, allora non si sta più amministrando giustizia: si sta alimentando un clima da guerra civile morale.

Le ferite aperte: Tortora e Garlasco

Ecco perché casi come quelli di Enzo Tortora e di Garlasco continuano a pesare nella coscienza civile del Paese. Tortora è diventato il simbolo dell’errore giudiziario che distrugge una vita prima ancora che arrivino le sentenze definitive. Garlasco, a sua volta, mostra quanto possano essere complessi, controversi e devastanti i processi che si trascinano nel tempo, tra ricostruzioni, dubbi, revisioni e letture contrapposte. In tutti questi casi resta una lezione comune: il cittadino non può essere travolto dal pregiudizio, né dalla fretta di trovare un colpevole, né dal desiderio di trasformare il processo in un tribunale morale.

L’imparzialità che manca

La verità è che un Paese serio non ha bisogno di forcaioli, ma di garantisti. Non ha bisogno di magistrati percepiti come militanti, ma di giudici imparziali, e soprattutto tali devono essere non solo nei fatti, ma anche nell’immagine pubblica che danno di sé. Quando chi giudica appare ideologizzato, quando la giustizia sembra avere un colore politico, il principio di imparzialità entra in crisi. E una democrazia che non riesce più a far credere ai cittadini che la legge sia uguale per tutti è una democrazia che si sta consumando dall’interno.

Oltre Alemanno

Per questo il caso Alemanno non riguarda solo Alemanno. Riguarda il nostro rapporto con la Costituzione, con il garantismo e con il limite del potere punitivo dello Stato. Riguarda il diritto di ogni cittadino a non essere trattato come un nemico solo perché appartiene a un’area politica diversa da quella dominante nei circuiti culturali e giudiziari. Riguarda la possibilità di difendere la civiltà giuridica contro la barbarie del tifo.

Per una giustizia che torni a essere giustizia

Se davvero vogliamo una Repubblica matura, dobbiamo smettere di considerare il processo penale come uno strumento di regolamento dei conti. Dobbiamo tornare a un’idea alta della giustizia: severa, sì, ma giusta; rigorosa, sì, ma imparziale; inflessibile con i reati, ma rispettosa delle persone e della Costituzione. Solo così la giustizia smetterà di essere al contrario.

Add a comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *