L’inclusività esclude?

Ha fatto notizia una vicenda che porta con sé un’apparente contraddizione: il Pride di Roma, che si presenta come baluardo dell’inclusività, ha escluso dalla parata di questo giugno Keshet Italia — l’organizzazione che rappresenta la comunità ebraica che si identifica come LGBTQ+ — a causa della propria posizione sul recente conflitto israelo-palestinese.

In superficie, questo fatto può sembrare una storia di antisemitismo: negare la partecipazione alla parata proprio in ragione dell’appartenenza religiosa, quasi che il Pride di Roma non riuscisse a separare l’identità ebraica dalla posizione politica dello Stato di Israele.

La situazione a Gaza

Per capire questa forte presa di posizione bisogna soffermarsi sulla situazione a Gaza: sulla magnitudine degli scontri.

Secondo l’analisi UNOSAT basata su immagini satellitari dell’ottobre 2025, circa l’81% delle strutture nella Striscia di Gaza risulta danneggiato o distrutto. I dati sulle vittime stimano oltre 75.200 morti violente nei primi sedici mesi del conflitto, secondo uno studio pubblicato su The Lancet Global Health nel febbraio 2026 — di cui il 56% donne, bambini e anziani.

Le comunità LGBTQ+ in Palestina e in Israele

Non è un segreto che le condizioni per la comunità LGBTQ+ siano molto diverse in Israele e a Gaza. Nel 2016 Hamas ha giustiziato un proprio comandante con l’accusa di omosessualità; la pena ordinaria per chi non si conforma alle norme di genere è la detenzione fino a dieci anni.

In Israele, al contrario, le istituzioni sono più progressiste: da anni sono riconosciuti il matrimonio egualitario, la parità genitoriale e la maternità surrogata. Lo Stato ebraico riconosce inoltre l’autodeterminazione del genere anche senza transizione medica.

Va tuttavia considerato che all’interno delle comunità più tradizionaliste — come quelle ortodosse — , la comunità LGBTQ+ vive in una condizione di oppressione . 

A causa di questo dualismo, la comunità internazionale LGBTQ+ accusa Israele di pinkwashing: presentarsi in superficie come Stato progressista e LGBTQ+-friendly per oscurare la realtà di un paese che non rispetta i diritti fondamentali dei palestinesi e tollera situazioni difficili per le persone non cisgender (che non si conformano ai generi sessuali tradizionali) nelle comunità ortodosse.

La spaccatura con Keshet Italia

La Keshet Italia, pur avendo una base associativa ridotta,  è una presenza significativa nella comunità ebraica italiana, ha avuto un ruolo importante   nel favorire l’inclusione delle persone non cisgender all’interno nelle sinagoghe e nelle associazioni.

Tornando alla vicenda, questa affonda le radici nell’anno scorso, quando i componenti di Keshet Italia si rifiutarono di partecipare al minuto di silenzio per le vittime palestinesi, scatenando una risposta concitata del pubblico, fatta di fischi e insulti.

L’esclusione di quest’anno è maturata invece a seguito di un comunicato pubblicato sui social dall’associazione: pur riconoscendo il dramma in corso, il testo rifiutava la classificazione come genocidio degli atti compiuti dall’IDF in Palestina. Questo denota una forte differenza tra il genocidio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale e i crimini in Palestina, e auspica che sia un organismo superiore a identificare un genocidio — come la Corte Penale Internazionale — e non una definizione generalista.

Inoltre il comunicato prende una forte posizione sull’attacco del 7 ottobre, qualificandolo non come un atto di guerra da leggere tra i tanti crimini commessi da entrambe le parti nel conflitto, ma come un attacco a sfondo razziale: i civili furono presi di mira in quanto ebrei.

L’Esclusione

La rottura  tra Pride Italia e la Keshet Italia può essere percepita solamente come una incomprensione- due definizioni non combacianti ma che di fondo constatano la drammaticità della situazione. Al centro c’è la parola più carica di tutte per gli ebrei: genocidio. 

 Ciò può causare una divisione e marginalizzazione così grande ? 

Per il Pride sì. Aspettare due anni per il pronunciamento delle corti internazionali sulla definizione di genocidio per gli atti in Palestina è, ai suoi occhi, una negazione della realtà. Vuole sottolineare che i palestinesi, come loro, vengono giudicati in base a ciò che sono e non a ciò che fanno, trovando così una forte comunanza. 

LGBTQ+ : il posto nel mondo

La comunità LGBTQ+ si sente oppressa da secoli dalla società occidentale: dalle cure mediche subite in passato per la non conformità al genere sessuale, al comportamento discriminatorio della società nel presente. Il Pride di Roma è un momento di solidarietà reciproca: un’occasione per opporre resistenza alle discriminazioni e per rivendicare, attraverso la parata, l’orgoglio della propria identità sessuale. 

È a partire da questa memoria storica che la comunità LGBTQ+ si sente vicina a ogni persona oppressa e discriminata, e si sente perciò in dovere di difendere la causa palestinese — così come quella di altre minoranze, tra cui i migranti.

La maturità di pensiero

Questo sentimento non è cieco all’oppressione esercitata da Hamas sul popolo palestinese, né alla condizione della comunità LGBTQ+ nella Striscia di Gaza; vuole  identificare, in questo momento storico, un oppresso e un oppressore

La comunità LGBTQ+ si spoglia della faziosità e osserva con sguardo razionale la guerra in Terra Santa, senza costruire partitismi: dimostra così che l’inclusività non esclude, ma deve essere coerente a un disegno politico per non cadere nell’ipocrisia. 

 Questo approccio manca spesso nel dibattito pubblico occidentale: molti conflitti — come la guerra in Ucraina — sono altamente divisivi perché gli schieramenti seguono di solito le linee di partito, invece di riconoscere i fatti e le vittime. Proporrei quindi di prendere a esempio questa visione del mondo, che sa identificare l’avversario politico come chi minaccia davvero l’esistenza dei propri principi fondamentali, senza rifugiarsi dietro una posizione ideologicamente più comoda.

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