Il tema dei migranti divide l’opinione pubblica tra chi vuole chiudere le frontiere e chi vuole aprirle senza condizioni.
Sono convinto che entrambe le posizioni siano sbagliate, perché affrontano il problema basandosi l’uno sulla prepotenza l’altro sulla generosità, ma senza regole chiare e senza una visione d’insieme.
La verità sta in un assioma semplice, che riguarda tutti — profughi con diritto d’asilo, lavoratori arrivati regolarmente, persone senza titolo di soggiorno — e capace di garantire davvero ordine e pace:
Chi arriva in uno Stato che non è il proprio, prima o poi, deve poter tornare a “casa”, in condizioni dignitose e con una prospettiva reale di vita.
Cosa intendo per Diritto Naturale
Il Diritto non è un elenco di norme scritte dall’Uomo per convenienza, ma qualcosa di più profondo: è la forma con cui la relazione tra le persone trova stabilità e sicurezza nel tempo. Come la musica è l’ordine che dà armonia ai suoni, così il Diritto è l’ordine che dà armonia alle azioni umane.
Dove il Diritto si realizza davvero, non può esserci disordine né sopraffazione.
Questo significa, in pratica, che il Diritto non serve solo a punire chi sbaglia, ma prima di tutto a dare forma alle relazioni tra le azioni umane: a renderle riconoscibili, stabili, durature.
Una “relazione” — tra due persone, tra un individuo e uno Stato, tra un popolo e un altro — diventa “giuridica”, cioè parte dell’Ordine, solo quando entrambe le parti la riconoscono secondo le stesse regole condivise a cui si sottopongono non per paura, ma perché è la sola via per realizzare l’equilibrio stabile tra loro.
Perché il Diritto Naturale si collega alla remigrazione
È da questo stesso principio che discende la mia posizione sul rientro dei migranti.
Se il Diritto è relazione riconosciuta, allora una persona che viva su un territorio senza un titolo che fondi quella relazione si trova, dal punto di vista giuridico, in una condizione che l’Ordinamento non riesce a inquadrare:
Ciò non significa e comporta necessariamente esclusione e/o colpevolizzazione dell’“estraneo”, ma solo, concretamente, l’assenza della forma che rende la presenza di una persona fisica reciprocamente riconosciuta e riconoscibile nella Comunità.
Il Diritto si realizza attraverso l’osservanza del Dovere, da intendersi come il Valore dell’esperienza giuridica. Esso consiste nell’adesione e/o obbedienza all’organizzazione condivisa delle relazioni tra le azioni che regge l’Ordinamento giuridico in quanto garantisce l’equilibrio e quindi la pace.
Il compimento del Dovere — l’adesione, cioè, all’organizzazione condivisa delle azioni — è il principio che regge ogni ordinamento giuridico, proprio perché è ciò che garantisce l’equilibrio e, quindi, la pace.
Una permanenza di un soggetto in un territorio a lui estraneo, priva di questa cornice condivisa, significa estraneità all’equilibrio e alla dinamica dei rapporti interpersonali, e ciò non per la volontà della persona, ma per l’obiettiva mancanza della relazione che il Diritto richiede per esistere come soggetto “appartenente ad una Comunità in un dato territorio”.
Ristabilire un percorso ordinato di rientro del migrante, in questa logica, non è un atto di rigetto, ma significa ricondurre dentro l’ordinamento ciò che ne era rimasto fuori, restituendo alla relazione tra il medesimo migrante e i due paesi coinvolti — quello di arrivo e quello di origine — la forma stabile che il Diritto Naturale, richiede e realizza sempre, addirittura intervenendo nel fenomeno più antigiuridico che esista, ovvero nella guerra, limitando la sopraffazione con regole condivise (ad esempio, con le diverse Convenzioni sul trattamento dei prigionieri di guerra).
In tema di remigrazione e/o immigrazione, si tratta di applicare quella stessa logica non a un conflitto armato, ma a una condizione che, se lasciata senza soluzione, genera comunque tensione e instabilità nel tempo.
Perché il ritorno deve essere l’orizzonte, non l’eccezione
Imporre il governo giuridico della migrazione, ovvero applicare il Diritto Naturale alla regolamentazione dei flussi migratori, non è una posizione ostile verso chi emigra. È, al contrario, una posizione di rispetto: rispetto per la terra, la lingua e la comunità da cui una persona proviene e rispetto per la comunità che la accoglie.
Se un sistema si limita ad accogliere senza mai porsi il problema di come e quando la permanenza debba concludersi, finisce per lasciare tutti — migranti e comunità ospitante — in una condizione di incertezza permanente, che a lungo andare genera tensione, non integrazione.
Questo vale anche per chi arriva con tutte le carte in regola.
Un profugo con diritto d’asilo riconosciuto, o un lavoratore entrato con un contratto regolare, meritano accoglienza dignitosa, assistenza e tutela dei loro diritti finché restano. Ma anche per loro il sistema dovrebbe avere come orizzonte finale il ritorno nel paese d’origine, quando le condizioni che hanno reso necessaria la partenza vengono meno o quando il percorso di lavoro o di studio per cui erano arrivati si conclude.
Non è una punizione: è la logica naturale di ogni migrazione, oggi troppo spesso trasformata in una permanenza indefinita alle spalle o in danno della Nazione che accoglie.
Il vero problema non è la mancanza di regole, ma la loro debolezza
Chi conosce il sistema attuale sa che le normative per rinnovare o convertire un permesso di soggiorno esistono già.
Il problema riguarda piuttosto l’efficacia dei controlli, la durata delle procedure e la capacità di revocare o non rinnovare i titoli quando vengono meno i requisiti che li avevano giustificati. Un sistema che non riesce a verificare con puntualità se le condizioni di un permesso persistono, o che impiega anni per decidere su una domanda, finisce per produrre lo stesso risultato di un sistema senza regole: la permanenza diventa di fatto permanente, indipendentemente da quello che la legge prevede sulla carta.
La proposta
Per questo motivo la remigrazione, “illuminata” dai principi di Diritto Naturale, deve fondarsi su due pilastri concreti.
Primo: ogni persona che arrivi in Italia — con diritto d’asilo, con un permesso di lavoro o senza alcun titolo — deve avere accesso a un’assistenza legale personale, affidata a professionisti del diritto (avvocati, praticanti, giuristi qualificati), che li accompagnino durante tutto il loro percorso: dall’ingresso fino al rientro.
Attraverso accordi internazionali, anche utilizzando risorse dei paesi di origine, questi professionisti potranno garantire alle persone che tornano un percorso reale di reinserimento lavorativo, scolastico e familiare, così che il ritorno sia un nuovo inizio e non una seconda partenza forzata senza prospettive.
Secondo: i controlli sulla persistenza dei requisiti che giustificano un permesso di soggiorno devono essere resi effettivi e tempestivi, non solo previsti sulla carta. Un titolo che non viene più giustificato dalle condizioni originarie deve poter essere revocato o non rinnovato con procedure rapide, invece di lasciare che il tempo trasformi da solo una condizione temporanea in una permanenza di fatto.
Una via diversa dalla paura e dal buonismo
Né con la paura né col buonismo l’Europa si salverà dagli effetti negativi dei flussi migratori. Essa si salverà con regole chiare, applicate con serietà, capaci di distinguere chi ha diritto a restare, per quanto tempo, e chi invece deve poter tornare a casa propria in condizioni dignitose.
È una proposta pensata per tutelare insieme la sicurezza e l’identità delle comunità che accolgono, e la dignità di chi arriva, applicando il valore del Diritto ovvero il Dovere che costruisce l’Ordinamento realizzando la indefettibile esigenza umana di superare la propria difettività attraverso la relazione con l’Altro, in una prospettiva di comprensione e di pace tra Soggetti Pari.