ROMA – Si aprirà il prossimo 14 ottobre il processo contro quattro soggetti accusati, a vario titolo, di istigazione alla corruzione, corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il procedimento nasce dalla denuncia presentata nel 2023 dal deputato di Fratelli d’Italia Andrea Di Giuseppe, che aveva ricevuto un’offerta corruttiva da parte di un imprenditore bengalese. Il parlamentare, insospettito, aveva registrato l’incontro e denunciato l’episodio alle autorità, facendo partire un’indagine che ha disvelato un’organizzazione criminale ben strutturata, con ramificazioni anche in ambito diplomatico.Due degli imputati sono ex funzionari dell’ambasciata italiana a Dacca, capitale del Bangladesh, mentre gli altri due sono cittadini bengalesi. L’organizzazione, secondo gli inquirenti, gestiva un redditizio traffico di visti: fino a 15.000 euro per un visto di lavoro, 7.000 per un permesso turistico, con ulteriori introiti derivanti da “commissioni” sugli stipendi dei migranti regolarizzati. Un sistema che avrebbe fruttato milioni, sostenuto anche da regalie ai funzionari: safari, iPhone, Rolex e altri beni di lusso.Andrea Di Giuseppe, che siede nella Commissione Esteri della Camera, è stato ammesso come parte civile insieme al Ministero degli Esteri. A rappresentarlo in giudizio è l’avvocato Antonio Di Pietro, il quale ha sottolineato come il gup abbia riconosciuto la gravità dell’episodio: «Siamo soddisfatti perché il giudice ha compreso l’arroganza con cui il mio assistito è stato avvicinato, come se fosse un politico facilmente corruttibile».Il gup del tribunale di Roma ha disposto il rinvio a giudizio per tutti e ha rigettato le richieste delle difese, che puntavano al rito abbreviato. Per Di Giuseppe, però, la vicenda non si è chiusa con l’inchiesta: le minacce ricevute lo hanno costretto a vivere sotto scorta.
Add a comment