Giro spesso per i corridoi del Palazzo di Giustizia. Meno di prima, lo ammetto, ma in modo costante. E quello che sento dai colleghi è sempre la stessa parola: crisi. Crisi della professione, crisi della giustizia, crisi del rapporto con le istituzioni forensi. Una parola che ormai scandisce ogni conversazione tra avvocati.
Ma la crisi non si combatte lamentandola. Si combatte con una risposta concreta. E la risposta, a mio avviso, ha un nome preciso: autorevolezza.
Dobbiamo però intenderci su cosa significhi davvero questo termine, perché rischia di diventare un’etichetta vuota. L’autorevolezza non è potere — il potere si esercita nell’interesse di chi lo detiene. Non è nemmeno potestà, che è esercizio nell’interesse altrui per ragioni di tutela. L’autorevolezza è qualcosa di più profondo: è il complesso di valori che guida una comunità di professionisti verso obiettivi comuni, fondati sul rispetto delle regole deontologiche e sulla consapevolezza del proprio ruolo sociale.
E qui sta il nodo. Negli ultimi anni abbiamo usato male la nostra libertà. Nel nome della liberalizzazione abbiamo accettato l’abolizione delle tariffe, nel nome della modernizzazione abbiamo subito riforme che hanno progressivamente marginalizzato l’avvocato nel processo. Il Covid e il lockdown hanno fatto il resto: oggi siamo estranei nelle cancellerie, dobbiamo bussare e chiedere scusa se entriamo.
Ho vissuto in prima persona alcune battaglie emblematiche di questa stagione. Ho portato davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo la questione dei giudici onorari nei collegi giudicanti d’appello, una violazione costituzionale che la stessa Corte Costituzionale aveva riconosciuto, salvo poi — cedendo alle pressioni politiche — differirne l’applicazione di quattro anni, in aperto contrasto con l’articolo 136 della Costituzione. Ho vinto quella causa. Ma il fatto stesso che fosse necessario rivolgersi a Strasburgo per ottenere rispetto della Costituzione italiana dice molto su dove siamo arrivati.
Ho vinto anche il ricorso in Cassazione sul limite dei mandati nei consigli dell’ordine. Non perché avessi qualcosa contro i colleghi coinvolti, ma perché la legge o si rispetta o si cambia: non si aggira. E invece di concentrarsi su questi temi fondamentali — l’accesso alla professione, il sostegno ai giovani, la riforma concreta del processo — il Consiglio Nazionale Forense ha impegnato energie preziose per ottenere il terzo mandato. Un suicidio collettivo, e lo dico pubblicamente.
L’autorevolezza si ricostruisce tornando ai doveri. Agli obblighi deontologici non come limite alla libertà, ma come condizione della libertà stessa. Un ordine forense che osserva le proprie regole, che agisce nell’interesse della categoria e della giustizia, che forma i giovani con rigore — quell’ordine acquisisce il peso morale per sedersi ai tavoli che contano, per parlare col governo, per incidere sulle riforme.
Noi quel peso ce l’avevamo. Nel 2006 andammo a Palazzo Chigi, fummo ricevuti, fummo ascoltati. Oggi chi ci va? Chi porta la voce dell’avvocatura nelle sedi istituzionali? Il silenzio è la risposta più eloquente.