Prefazione

Ricordo la passione con cui partecipai attivamente alla campagna elettorale nel
referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio (nel 1974 avevo quasi 16 anni).
Partecipavo ad arroventati dibattiti; assistevo in televisione alle tribune elettorali e in una di queste incominciai a conoscere Sergio Cotta, indimenticabile filosofo del
Diritto, ineguagliabile docente, ispiratore di tante pagine di questa e di altre mie
pubblicazioni.

Allora mi rendevo conto che in quelle giornate si stava decidendo la strada verso la quale si sarebbe diretta la società italiana.
Quello che noi oggi trattiamo come Diritto e Famiglia è sì il frutto di un coacervo di
fattori culturali, politici, sociali ed economici, come tratteremo in seguito, ma, ben si può dire, che è stato consegnato alla storia, innanzitutto dal e col consenso della
maggioranza della popolazione italiana, che si espresse nel referendum del
12/13 maggio 1974.

Passarono gli anni. Le cronache politiche giudiziarie e sociali ci consegnarono un
ritrovato interesse a quelle problematiche in occasione dell’introduzione, nel nostro Ordinamento giuridico, della legalizzazione dell’aborto, confermato dal popolo italiano nel referendum del 1981, con una maggioranza ancora più ampia rispetto a a quella del 1974 in favore del divorzio.

In quegli anni la conoscenza del prof Franco Ventura, uno dei più autorevoli allievi
del prof. Cotta, indirizzarono i miei studi, con l’epilogo della tesi di laurea, proprio
sulle problematiche della Natura della Famiglia, del Diritto e del Matrimonio.

Da allora e negli studi successivi lo stretto collegamento, direi ontologico, tra Diritto e Famiglia, tra Dovere e Matrimonio, è stato un obiettivo fisso, da dimostrare in ambienti (Università, Avvocatura, Magistratura) ove andava sempre più prevalendo l’idea del Diritto come mera tecnica di regolazione di interessi, idea a cui opponevo e oppongo l’esistenza di una Verità e di un Valore del Diritto dimostrato proprio dalla esistenza della Deontologia: scienza del dovere, del comportamento fedele allo scopo del Diritto.

Per trenta anni la professione di avvocato mi ha portato a conoscere la realtà, oltre i libri, umana e sociale. Il dramma e l’umiliazione di famiglie distrutte, di abbandoni, di fallimenti mai soddisfatti, mai sopiti dalla verità di avventure nuove o di nuovi pur sentiti affetti; del ripetersi stanco dell’esperienza, del formarsi di quello schema di Famiglia allargata sempre più frequente tanto da far dire a un Giudice del Tribunale di Roma che ”ormai siamo destinati ad allevare i figli degli altri”.
Due episodi della vita professionale e personale di alcuni anni fa mi hanno poi mosso a scrivere ancora, a studiare, a ragionare e, infine, ancora, a pubblicare su questi argomenti.

Mi trovavo ad una festa di bambini, ove avevo accompagnato i miei figli, per
festeggiare il compleanno di un loro amichetto.
Improvvisamente mi si avvicinò un bambino. Avrà avuto circa 8/9  anni, coetaneo dei miei figli. Non lo avevo mai visto e non mi aveva mai visto prima di allora.
Eppure si avvicinò e cominciò a dirmi’ : ”tu sei avvocato?” Risposi “sì” e lui
continuò:” potresti fare qualcosa per far rimettere insieme mia madre e mio padre?”.

Rimasi colpito e interdetto pensando :”come sa che sono un avvocato dovrebbe pure sapere che io separo i papà e le mamme e poi li faccio divorziare”.
Pochi secondi di silenzio e poi, invece, risposi rassicurante ”certo caro, vedrò di
conoscere i tuoi genitori, parlerò loro. Vedrò cosa si può fare”.
Il colloquio finì lì.

Mi informai sulla situazione familiare di quel bambino (aveva saputo della mia
professione da suoi amichetti). Il padre e la madre erano separati e divorziati da anni; entrambi si erano formati una ”nuova propria Famiglia”, con altri nuovi figli.
Lui, il bambino, affidato alla madre, evidentemente non si era rassegnato!!
Una seconda vicenda, poi, mi fece ulteriormente riflettere.

Mi capitò di ricevere a Studio un giovanotto di circa 25/30 anni tipico ragazzo
romano verace ”trasteverino”. Voleva intentare una causa di risarcimento danni, ma
mi confessò di non avere soldi, di non avere lavoro, e di convivere da anni a casa
della propri genitori con la propria ” ragazza”.

Nell’assicurargli che gli avrei chiesto solo l’anticipo per le spese vive del giudizio, mi
permisi di interloquire sulla sua vita privata, avendo il colloquio assunto un tono
confidenziale. E così lo apostrofai: “perché non sposi la tua fidanzata? I tuoi genitori ti aiutano economicamente, perché subordinare un Matrimonio ad uno stipendio? Se la carenza economica può giustificare il fatto di ritardare ad avere figli, che motivo hai per non sposare, fin da ora, la tua ragazza?”
Il giovanotto, mi guardò, stette in silenzio, e poi iniziò a dire: ” Avvocà, questo
ragionamento nun me l’ha fatto mai nessuno….”. Sembrava convinto… ma, dopo una
breve pausa fu lui ad apostrofarmi: “Avvoca’, ma se me la sposo e poi mi lascia, ‘a
devo mantene’!”. Davanti a questa cruda inoppugnabile presa di posizione tutte le mie convinzioni filosofiche ne’ giuridiche non sarebbero servite e ne sarebbero state adatte a tranquillizzarlo davanti ad una eventualità così “nefasta”.
Non la sua esperienza personale, ma la sua conoscenza del mondo aveva portato a
considerare, sopra ogni altra cosa e come seriamente possibile, l’interruzione
traumatica del Matrimonio per una scelta del proprio partner.
Ve l’immaginate i nostri nonni o i nostri padri esitare a sposare le loro future mogli,
nel timore di essere lasciati e di andare incontro ad una sicura rovina economica?!?

Ho raccontato due episodi veri: uno segno della sofferenza, l’altro
dell’accettazione del radicale cambiamento dei costumi.
Questo libro è uno studio e una proposta per tentare di impedire il più possibile
quella sofferenza e quell’accettazione, tenendo conto della complessa realtà in
trasformazione, richiamando e riaffermando i valori del dovere e
dell’indissolubilità.

Questo libro vuole essere uno strumento per reclamare la presenza e lo spazio
nell’Ordinamento Giuridico non di una ”riserva indiana”, ma di una scelta di vita
che, pur tra tentennamenti, incertezze ed errori, ancora milioni di uomini e donne
hanno affrontato e si sentono in grado di realizzare.
Non eroi, ma protagonisti di esperienze meravigliose anche nel futuro.
A loro tutti dedico questo lavoro.

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