Antisionismo o … antisemitismo? Una fragile distinzione

Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico, lascia che la verità risuoni alta dalle montagne, lascia che echeggi attraverso le valli: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, questa è la verità. Che cos’è l’antisionismo? E’ negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. E’ una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo. Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo

Martin Luther King, ‘Letter to an Anti-Zionist Friend’, Saturday Review, XLVII, Agosto 1967,

in foto Theodor Herzl, uno dei fondatori del sionismo moderno

Sono antisionista, non antisemita”. E’ questa una formula che ricorre spesso nel dibattito pubblico contemporaneo. In questi giorni, per esempio, si sta discutendo nel nostro Parlamento un DDL sull’antisemitismo, con il più grande partito di sinistra fortemente diviso, anzi spaccato. E la discussione riguarda, spesso, proprio la legittimità di questa formula. Attorno a essa si è costruita una distinzione rassicurante, infatti: si può essere antisionisti senza essere antisemiti. Ma può davvero essere così?  

Nato alla fine dell’Ottocento come risposta all’antisemitismo europeo, il sionismo non fu un’ideologia monolitica, bensì un articolato movimento di liberazione nazionale, capace di includere correnti socialiste, laiche (perfino atee), religiose, progressiste e conservatrici. Il suo obiettivo — la costituzione di uno Stato degli ebrei in Palestina — rappresentava l’affermazione del diritto all’autodeterminazione di un popolo perseguitato: in una terra, andrebbe sempre assolutamente sottolineato, con cui questo popolo intratteneva un legame plurimillenario

Dopo il 1945 e la tragedia della Shoah, quell’aspirazione cessò di essere percepita come un’utopia politica e divenne, infine, una necessità storica. Due elementi rendono oggi difficile negarne la legittimità: da un lato, il diritto storico e morale del popolo ebraico a una sovranità in quella specifica parte del mondo; dall’altro, il ruolo dello Stato di Israele quale garanzia ultima di sicurezza per tutti gli ebrei della diaspora.

La distinzione tra antisionismo e antisemitismo poggia, in realtà, su un equivoco profondo circa la natura storica e politica del sionismo.

Per comprendere ciò fino in fondo bisogna tornare alle origini del sionismo e alla trasformazione semantica che il termine ha subito nel corso del Novecento. E’ quello che proverò in generale a fare in questo articolo, senza entrare nel merito del DDL discusso oggi al Parlamento: anche perché ancora in fase di aggiustamenti. 

Ciò che posso anticipare è che sicuramente per antisionismo non si deve in ogni caso mai intendere, ovviamente, la critica a questo o a quel governo israeliano, a questa o a quella politica, ma piuttosto una chiara avversione allo Stato di Israele in quanto tale. 

Dalla Iudaea al Mandato britannico: genealogia di una contesa

“Se lo vorrete, non sarà un sogno” Theodor Herzl, frase conclusiva del congresso sionista di Basilea (1897)

La cosiddetta ‘Palestina’ (regione geografica compresa tra il Mar Mediterraneo, il fiume Giordano, il Mar Morto, fino ad arrivare al mar Rosso e ai confini con l’Egitto, e che comprende anche la cosiddetta ‘Terra di Canaan’ o ‘Terra Promessa’) ebbe il nome di regione siro-palestinese dall’imperatore romano Adriano solo nel 135, laddove il nome originale era Iudaea. Quanto alla storia più recente, questa terra era rimasta sotto l’Impero Ottomano per alcuni secoli fino a quando quest’ultimo la perse, a favore della Gran Bretagna, alla fine della prima guerra mondiale. Nel mondo arabo veniva semplicemente chiamata ‘Surya al Janubiyya’, ovvero ‘Siria meridionale’.

Alla fine di questa guerra, la Società delle Nazioni creò qui un Mandato affidato alla Gran Bretagna (la ‘Siria settentrionale’ fu contestualmente affidata alla Francia). Da quel momento la popolazione ebraica, che era già presente nella regione da tempi immemorabili, cominciò ad aumentare costantemente sulla base dell’immigrazione sostenuta dal movimento sionista: il cui fine era appunto il trasferimento della diaspora a una patria antica, ma anche nuova. La Gran Bretagna aveva tuttavia già informalmente assicurato la regione agli arabi in cambio dell’aiuto da loro fornito con la Grande Rivolta alla lotta contro l’impero Ottomano. Questa promessa fece sì che l’iniziale appoggio britannico alle richieste del movimento sionista si dovesse misurare presto con la forte opposizione degli stati arabi.

In questo difficile contesto nel 1922 la Gran Bretagna concesse tutti i territori ad est del fiume Giordano (quasi il 73% dell’intera area del Mandato) all’Emiro Abd Allah I. Questi territori divennero la cosiddetta Transgiordania, con una grande maggioranza di popolazione araba (nel 1920 circa il 90% del totale), le cui leggi non permettevano a un ebreo di ottenere la cittadinanza (la legge civile giordana afferma ancora oggi esplicitamente: “Qualunque uomo potrà essere un suddito giordano a condizione che non sia ebreo”).

Nel 1939 l’amministrazione britannica, pur difendendo i diritti della comunità ebraica già presente, pose forti limitazioni all’immigrazione e cominciò a respingere le navi cariche di migranti ebrei.

Con l’avvio della seconda guerra mondiale la maggior parte dei gruppi ebraici si schierò con gli Alleati, mentre la maggioranza dei gruppi arabi guardarono con interesse l’Asse, nella speranza che una sua vittoria servisse a riscattarli dalla presenza britannica.

Dopo la seconda guerra mondiale e la presa di coscienza della reale portata della Shoah, le Nazioni Unite non poterono evitare di interrogarsi in prima persona sul destino della regione, che nel frattempo diveniva sempre più instabile. E chiedersi, tra l’altro: i rifugiati ebrei scampati alle persecuzioni naziste possono in qualche modo trovare accoglienza ufficiale in Palestina, quella che per gli ebrei è da sempre la ‘Terra Promessa’?

Nella sua relazione l’UNSCOP (‘United Nations Special Committee on Palestine’) affrontò il problema di come accontentare sia il popolo ebraico che quello palestinese, raccomandando altresì che la Gran Bretagna cessasse il prima possibile il suo controllo sulla zona. Nel decidere su come dividere il territorio, l’UNSCOP contemplò come parte ebraica solo le zone dove i coloni ebrei erano già presenti in numero davvero significativo, provando ad evitare così possibili reazioni negative della popolazione araba.

La partizione dell’ONU e la nascita di Israele: rifiuto, guerra e legittimazione

Independent Arab and Jewish States … shall come into existence in Palestine…” Risoluzione 181 dell’ONU (1947)

Il 29 novembre del 1947 l’Assemblea delle Nazioni Unite ratificò, con 33 voti a favore, 13 contrari e 10 astenuti (tra cui la Gran Bretagna), una risoluzione (la 181) che prevedeva la creazione di due Stati, uno degli ebrei e uno palestinese, nei territori ancora con gestione britannica. Gerusalemme, anche in virtù dell’elevata presenza di differenti luoghi di culto, doveva rimanere sotto controllo internazionale: “Independent Arab and Jewish States and the Special International Regime for the City of Jerusalem … shall come into existence in Palestine two months after the evacuation of the armed forces of the mandatory Power has been completed but in any case not later than 1 October 1948”. Il progetto era quello originario sovietico-statunitense, passato in commissione il 25 novembre.

Le reazioni alla risoluzione dell’ONU furono diverse: la grande maggioranza dei gruppi ebraici l’accettò, pur criticando la non continuità territoriale tra le varie aree assegnate. Quanto ai gruppi palestinesi, tutti rifiutarono la proposta, negando assolutamente la possibilità della nascita di uno stato israelitico in quell’area.

Da parte loro tutte le maggiori nazioni arabe, categoricamente contrarie alla creazione di uno stato degli ebrei in Palestina, fecero subito ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia, sostenendo la non competenza dell’Assemblea dell’ONU nel decidere la ripartizione di uno specifico territorio del Medio Oriente. Il ricorso fu respinto, e allora il 14 maggio 1948 il Consiglio Nazionale Sionista dichiarò costituito lo stato di Israele.

Immediatamente le nazioni arabe resero pubblica la volontà di creare uno Stato unitario di Palestina al posto dei due stati previsti e il 15 maggio una loro coalizione attaccò militarmente la neonata nazione ebraica. 

L’Unione Sovietica e gli Usa condannarono l’azione degli stati arabi come aggressione illegittima e il Segretario Generale dell’ONU la definì come “la prima aggressione armata che il mondo abbia mai visto dalla fine della seconda guerra mondiale”. 

Da allora il conflitto arabo-israeliano non è mai cessato. E purtroppo, per quanto riguarda gli attacchi ad Israele, non si è trattato solo di (molte!) guerre tradizionali. Contro lo Stato degli ebrei, considerato appunto illegittimo, vi sono state negli anni continue aggressioni, di diversa natura: esplosivi sugli autobus pieni di scolaresche e di anziani; bombe in cinema, ristoranti e discoteche; terroristi con la cintura esplosiva in piazze, supermercati e caffè; massacro degli atleti di Monaco ’72; stragi di bambini come quella mostruosa di Maalot; sequestri, rapimenti come quello raccapricciante di Entebbe; ‘terroristi fai da te’; dirottamenti aerei; Intifade; lanci ininterrotti di razzi e pioggia di missili; fino ad arrivare al pogrom del 7 ottobre 2023. E si è sempre trattato (a parte inevitabili errori o fatalità) di attacchi premeditati a cittadini israeliani di origine ebraica, non araba (sui circa 9 milioni di israeliani, 2 almeno di questi sono arabi).

Dal conflitto geopolitico alla metamorfosi semantica: quando l’antisionismo diventa linguaggio dell’odio

L’antisionismo sistematico e radicale è una delle forme dell’antisemitismo contemporaneo” Angela Merkel, intervento su antisemitismo a Berlino (2016)

Nel 1948 l’antisionismo divenne il fulcro ideologico del rifiuto arabo all’esistenza di uno Stato degli ebrei in Palestina. E ciò, nonostante l’iniziale e deciso appoggio sovietico alla risoluzione ONU:  dettato questo più da calcoli anti-britannici (e dalla natura socialista dei kibbutzim) che da reale ‘filosemitismo’. La vera metamorfosi avvenne in ogni caso nel 1967: con la Guerra dei Sei Giorni, la percezione pubblica si ribalta e per molti Israele passa dal ruolo di Davide a quello di Golia. Inserito nelle logiche della Guerra Fredda e alleato dell’Occidente, lo Stato degli ebrei viene reinterpretato dalla sinistra terzomondista come un avamposto coloniale. Attraverso una ‘neolingua’ di stampo orwelliano, il termine ‘sionista’ è stato svuotato del suo significato reale per diventare un epiteto infamante, accostato a ‘fascista’ o ‘criminale’. In questo processo, la critica politica cede il passo a un sospetto paranoico che non ammette verifiche empiriche, trasformando la propaganda in verità assoluta. Come ha scritto Fiamma Nirenstein, nasce così un’idea di un ‘nuovo antisemitismo politico’,

che trasforma i vecchi stereotipi della sete di sangue, dell’egoismo, della grettezza, della smania dominatrice… in colonialismo, imperialismo, nazifascismo, autoritarismo, razzismo, crimini di guerra, genocidio: finisce l’odio religioso romano e cristiano medievale, poi quello razzista nazista e poi comunista, e si approda a quello odierno. Israele, l’ebreo collettivo è Shylock, o Dreyfus”. 

L’antisionismo, camuffato da critica politica, ha creato e sta creando un numero impressionante di diffamazioni ormai radicate nel discorso pubblico, alimentate dalla crescente propaganda dell’estremismo islamico ma anche di tanti dirigenti della sinistra politica, e in primo luogo dall’ignoranza – nel migliore dei casi – su chi sono gli aggrediti e gli aggressori. L’idea che lo Stato degli ebrei sia il frutto del colonialismo occidentale (in particolare americano) è una delle bugie più diffuse: il progetto approvato dall’ONU nel ’47 era quello sovietico, e l’Unione Sovietica fu il primo paese infatti a riconoscere Israele (poche ore prima perfino degli Usa, che pure dagli anni ’20 avevano accolto tantissimi profughi ebrei). Il proliferare di stereotipi, la loro diffusione capillare, le vere e proprie menzogne, e l’interpretazione della causa palestinese come “una questione di diritti umani”, stanno di nuovo rendendo l’Occidente complice dell’odio e della violenza: e personalmente ne sono afflitto, anche se non sono ebreo

Decine e decine di anni dopo la fine della Guerra Fredda, riemergono schemi ideologici che deformano la realtà: accuse di ‘apartheid’ e appunto di ‘colonialismo’ vengono lanciate ignorando la complessità di una società dove i cittadini arabi godono di pieni diritti civili e politici: un paese, Israele, tollerante, multietnico, mai razzista, colto, dinamico; con anche tanti arabi eletti alla Knesset; con università dove gli studenti accedono a prescindere dalla loro origine, nazionalità o religione; con ospedali che curano anche tanti e tanti arabi; con politiche sociali all’avanguardia mondiale; con la certezza del diritto; con la separazione dei poteri; economicamente progredito pur non avendo risorse naturali; evoluto nell’istruzione e nella ricerca, dove l’innovazione tecnologica è avanzatissima, che annovera prestigiosi premi Nobel; dove la parola più amata e più comune è Shalom; e dove la gente pensa, dice e scrive quel che vuole

In questa narrazione distorta, perfino il terrorismo di Hamas viene spesso nobilitato come ‘resistenza’, mentre il diritto alla difesa di una democrazia è bollato come ‘pulizia etnica’. Chiunque tenti una sintesi o un’analisi multipolare viene delegittimato come ‘filosionista’, inteso come grave colpa: vittima di una neolingua che sostituisce il dubbio metodologico con il dogma e il complottismo, arrivando a ipotizzare regie occulte persino dietro i massacri del 7 ottobre.

Conclusioni

È legittimo discutere criticamente le decisioni storiche dell’ONU del 1947, così come è legittimo – ovviamente! – criticare specifici governi e talune politiche dello Stato di Israele: ogni democrazia vive anche e soprattutto di dissenso. Ma questo è un piano diverso rispetto alla negazione della legittimità stessa dell’esistenza di Israele, ovvero all’antisionismo. Io ho criticato tanti governi italiani nella mia vita (non tutti però, questo è anche il punto!), e molte politiche da loro perseguite. Ma non ho mai condannato l’esistenza dello Stato italiano in quanto tale. Se lo avessi fatto mi sarei posto su un piano differente.

A quasi ottant’anni dalla sua nascita, sostenere che Israele sia un ‘errore storico’ o un’entità priva di diritto a esistere non equivale a proporre una soluzione politica alternativa, da valutare e discutere. Significa negare al popolo ebraico un diritto che si riconosce a tutti gli altri popoli del mondo. È qui che la questione smette di essere politica e diventa etica.

Il punto dirimente è questo: si può essere contrari a specifiche scelte, governi, anche confini e strategie militari ovviamente! Ma non sempre e comunque! Se l’obiettivo – dichiarato o implicito – diventa la dissoluzione dello Stato degli ebrei in quanto tale (“Palestine will be Free from the River to the Sea”), allora non siamo più nel campo della critica politica. Siamo in quello della negazione identitaria.

Il principio dei ‘due popoli, due Stati’ presuppone un riconoscimento reciproco. Se tale riconoscimento viene rifiutato alla radice — se cioè si considera Israele un’entità intrinsecamente illegittima — si finisce per legittimare chi persegue la sua eliminazione. Qualcuno non bene informato può pensare che il problema sia oggi piuttosto il riconoscimento di uno Stato palestinese. Ma la Storia non mostra questo, appunto. E, del resto, è semplicemente disumano chiedere ad Israele di riconoscere ora uno Stato guidato da chi come Hamas afferma e agisce in modo spietato (7 di ottobre, per esempio) per la sua cancellazione dalle carte geografiche. Ma, ricordo, anche Arafat in vista degli accordi di Oslo (firmati a Washington il 13 settembre 1993 da Rabin, Clinton e lui stesso) riconobbe in realtà Israele come fatto politico, ma non il principio morale del diritto dello Stato ebraico a esistere, al di là di certe prese di posizione cui Arafat fu costretto dalle trattative. Da qui la famosa parafrasi riportata così a quei tempi da tutti gli esperti e commentatori: “Riconosco l’esistenza di Israele, non il suo diritto ad esistere”. 

In ogni caso, ad oggi solo 5 paesi arabi (sui 22 che aderiscono alla Lega Araba!) riconoscono il pieno diritto di Israele ad esistere: Egitto (trattato di pace e pieno scambio di ambasciatori dal 1979), Giordania (trattato di pace e relazioni diplomatiche complete dal 1994), Emirati Arabi Uniti (normalizzazione e scambio di rappresentanti diplomatici dal 2020, con gli ‘Accordi di Abramo’), Bahrein (normalizzazione e riconoscimento con scambio diplomatico dal 2020) e Marocco (accordo di normalizzazione e relazioni diplomatiche formali dal 2020). 

Quanto ai territori occupati da Israele (dopo le guerre scatenategli contro) e non previsti dalla risoluzione ONU, sottolineo che Israele, per esempio, dopo la pace con l’Egitto restituì completamente la penisola del Sinai, che aveva occupato durante, appunto, la guerra del 1967. E ricordo che secondo le tradizioni ebraiche le Tavole dei Dieci Comandamenti furono date da Dio a Mosè sul Monte Sinai, durante l’Esodo degli Israeliti dall’Egitto.

Quando poi si sostiene, come fanno alcuni, che “tutte le guerre sono ingiuste ed evitabili”, ma si ritiene inevitabile quella contro Israele, sostenendo apertamente la ‘resistenza’ palestinese’, si introduce un’eccezione che contraddice in modo evidente il principio universale enunciato. È anche qui che l’argomentazione morale si incrina. Perché l’universalismo etico non può funzionare a geometria variabile.

L’antisionismo, che rifiuta per definizione l’esistenza stessa dello Stato degli ebrei, non è semplicemente una posizione geopolitica quindi: diventa, nei suoi esiti logici, una forma di esclusione del popolo ebraico dalla comunità dei popoli legittimati alla sovranità. E quando un’idea politica produce questo effetto selettivo e immorale, la distanza dall’antisemitismo in realtà non esiste

Riferimenti principali

A. M. Dershowitz, The Case For Moral Clarity: Israel, Hamas and Gaza, 2009
M. Di Figlia, Israele a sinistra. Gli ebrei nel dibattito pubblico italiano dal 1945 a oggi, 2012
G. Israel, La questione ebraica oggi. I nostri conti con il razzismo, 2002
E. Loewenthal, Lettera agli amici non ebrei. La colpa d’Israele, 2003
G. Luzzatto Voghera, Antisemitismo a sinistra, 2007
M. Molinari, S. Romano, La sinistra e gli ebrei in Italia (1967-1993), 1995
F. Nirenstein, Gli antisemiti progressisti: la forma nuova di un odio antico, 2004
F. Nirenstein, Israele siamo noi, 2007
S. C. Tucker (a cura di), The Encyclopedia of the Arab-Israeli Conflict, 2008
British White Paper of 1939, http://avalon.law.yale.edu/20th_century/brwh1939.asp
Voci Israele e Palestina di Wikipedia e Voce Ebrei di Treccani.it
United Nations General Assembly Resolution 181, 29 Novembre 1947, http://www.yale.edu/lawweb/avalon/un/res181.htm

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