La crisi attuale della Famiglia è soprattutto crisi della relazionalità e della durata,
elementi essenziali per la comunità che voglia vivere familiarmente e giuridicamente.
La “modernità” ha scisso relazionalità e soggettività ed ha assolutizzato la
soggettività, come soggetto collettivo o privato; non è più riconosciuto il fatto che,
come dice Cotta, “l’Io è nella misura in cui è in relazione”.
L’attuale “società dei solitari Robinson” è palese nelle grandi città ove più acuto è il
fenomeno della ‘separazione’ e dell’ ‘isolamento’. La crisi della relazionalità è causa ed effetto della crisi dei rapporti più intimi e personali della coppia coniugale, dei
rapporti tra genitori e figli, specie quelli a contenuto educativo. Come afferma
Mitscherlich, “solo un felice legame reciproco fra madre, figlio e padre, di cui i due
genitori debbono porre le premesse, può permettere loro di educare, cioè di porre
delle esigenze che il bambino accetta perché le fa sue”.
La pseudo-socializzazione dei soggetti che ne risulta determina e aggrava la
destabilizzazione dell’intera società; si dispiegano senza più ostacoli gli ‘istinti
distruttivi ed egoistici’, cioè la delinquenza minorile e non minorile, familiare ed
extrafamiliare.
Diseducazione familiare e diseducazione giuridica sono dunque strettamente
correlate, sono due immagini speculari della diseducazione alla coesistenza.
La legge è un peso che o è osservata farisaicamente, generalmente per pura
convenienza personale, o è superata, raggirata, violata, se v’è la sicurezza
dell’impunita o della leggerezza della pena. Oggi il rapporto con l’Altro è solo una
alleanza per l’utile individuale, e non una propensione “verso un partner strutturale”, non una relazione maturativa che invoca la regola per riconoscersi e mantenersi.
Nella civiltà contemporanea il mito del ‘tutto e subito’, del giovanilismo,
dell’esistenza individuale intesa “come semplice somma dei suoi atti,
l’assolutizzazione della libertà e del movimento, hanno determinato la negazione e
l’avversione per la ‘memoria storica’, la ‘memoria di sé, per tutto ciò che dura in
quanto limita la scelta successiva”, in cui consisterebbe l’unica libertà. Senza ‘la
durata’ nella Famiglia e nel Diritto, come afferma Cotta, “il nesso comunicazione –
comprensione – completamento non avrebbe senso alcuno”. Infatti, oggi, il
mutamento è generalmente negazione o autodistruzione, poiché non vive
nell’istituzione, nella struttura, nella forma e nella regola che dura, limita e giustifica.
La mentalità dominante, che odia la durata, spiega l’attuale disinteresse per la
procreazione, la quale esprime “l’esigenza di relazionalità diacronica che si
manifesta in tutta la vita dell’uomo”, che, malgrado la tendenza attuale, è in verità “un instancabile ricercatore di durata”.
Nell’epoca dell’egoismo e del movimento, dominante ed assolutizzato, la figliolanza
diventa un sacrificio mal sopportato o mala pena sopportato. Così si dimentica che “nella vicenda coniugale è inscritta la capacità, la possibilità (si voglia o non
attualizzare) della procreazione, che è, per così dire, la base materiale dell’amore
verticale o parentale”.
La mentalità dominante, che odia la durata, spiega pure sia l’attuale avversione al
principio della legge, che è regola, sia la frammentarietà e la precarietà della
legislazione positiva al servizio degli interessi mutevoli e delle mutevoli
maggioranze.
Il momento e la volontà soggettiva che lo gestisce signoreggiano dunque la Famiglia e il Diritto. “Il principio dell’immediatezza”, che secondo Romano “è assenza di spirito” e “falsa felicità”, impedisce da una parte la costruzione della Famiglia stabile e indissolubile, dall’altra la formazione di un Diritto non subordinato alla politica, alla mutevole mentalità comune, impedisce cioè l’esserci di un Diritto vero, poiché, come dice D’Agostino, “una legge è tale solo se invariante”.
La causa di questa crisi, sia della ‘familiarità’ sia della ‘giuridicità’, cosi strettamente
collegate, è senz’altro culturale. Essa risiede nell’attuale dominante concezione
dell’Esistenza: la ‘modernità’, nei suoi vari aspetti del materialismo, del
soggettivismo, dello storicismo, che “ha messo il silenzio sulla Natura”.
La modernità ha denaturalizzato sia il Diritto, separandolo dalla giustizia e dal
dovere, sia la Famiglia, sprofondandola nell’abisso fino a poterla dichiarare
“colpevole di un delitto preciso”, quello di costringere “uno dei suoi membri alla
follia”.
La stessa cultura moderna, di contro, ha sempre relazionato parimenti la Famiglia alla giuridicità, sia nell’apparire ancestrale della regola sia allorquando ne ha
programmato la eliminazione, unitamente alla legge.
Sia Hegel che Freud, che tanto hanno avuto influenza nella cultura moderna e
contemporanea, concepiscono la Famiglia e il Diritto come luogo e manifestazione
dell’origine della civiltà umana.
Il primo afferma che “la costituzione della Famiglia segue immediatamente alla lotta per il possesso che si conclude con il riconoscimento della proprietà come Diritto universale” e che “l’introduzione della proprietà stabile appare collegata con
l’introduzione del Matrimonio, nelle soglie della fondazione di Stati, o almeno,
collegata con una vita sociale civile”.
Similmente il pensatore di Freiberg, fondatore della Psicoanalisi, afferma che la
Famiglia è “cellula germinale della civiltà” e che il Diritto, la giustizia è “il primo
requisito della civiltà”, “sicurezza che l’ordine statuito non sarà infranto a favore di
nessuno”.
In Kierkegaard, ispiratore dell’esistenzialismo, indirizzo filosofico fondamentale nel
ventesimo secolo, l’originarietà e la positività dell’esperienza familiare – giuridica
emerge dall’interpretazione che di alcune sue opere occorre dare in modo obiettivo.
Secondo il filosofo danese il vero e autentico Matrimonio è solo quello monogamico e indissolubile, sintesi di volontà e sensibilità, di universale e particolare, che vive nell’eterno. Eppure il filosofo danese è stato interpretato e vissuto come filosofo antifamiliare e l’esistenzialismo, nei suoi vari epigoni, ha rappresentato la più assoluta negazione dell’Essere. Come dice De Ruggiero l’esistenzialismo non riesce a concepire una distinzione tra i piani dell’esistenza “L’esistenzialismo, malgrado la sua assunzione della trascendenza, non riesce a concepire questa distinzione di piani dell’esistenza, che ci riscatta dalla servitù del tempo, perché la sua trascendenza è troppo miope, troppo strettamente impiegata nell’ingranaggio del tempo.
Esso, ignora i valori spirituali, quindi ignora le tonalità sentimentali più positive,
come la gioia, l’entusiasmo, la dedizione, che potrebbe vincere la preoccupazione e l’angoscia. La sua sola forza di fronte al tempo e al destino è la libertà per la morte, cioè, una forza corrosiva, che conferma la vanità dell’esistenza nell’atto stesso in cui vuol riscattarla”.
Marx, con la sua dottrina improntata sulla primordialità dell’attività economica e dei rapporti di produzione, sposta Famiglia e Diritto sul piano della secondarietà,
dell’indifferenza, della manipolabilità. Ciò che in Hegel s’intravvede appena, in Marx
si chiarisce e si manifesta: la Famiglia viene scaraventata fuori dalla centralità
dell’Esistenza individuale e collettiva; e con essa il Diritto come comportamento
giusto e imparziale. Si può ben dire che prima Hegel e poi Marx sono i ‘padri teorici’
di una delle più grandi e attuali ‘malattie’ della Famiglia e del Diritto: la loro
subordinazione allo Stato e agli interessi e agli esiti delle lotte tra gruppi e classe.
L’avvento della Psicoanalisi freudiana segnando la fine di una ‘dimenticanza’ quasi
bimillenaria, ha eretto ad oggetto privilegiato di ricerca scientifica l’Amore, e con
esso il Matrimonio e la Famiglia in quanto luoghi dell’origine dell’Essere Umano.
Inoltre ha riconosciuto, attraverso la problematica dell”Edipo’, la giuridicità della
Famiglia e la familiarità della legge, per lo meno nella forma originale ed elementare
della legge paterna e materna e del divieto dell’incesto.
Ma la cultura contemporanea e la stessa scienza della Psicoanalisi, soprattutto in
alcuni suoi indirizzi cosiddetti ‘libertari’ e ‘progressisti’, non hanno saputo nè voluto
cogliere quelle suddette indicazioni freudiane e porle a fondamento di una possibile rivalutazione teorica e pratica della familiarità e della giuridicità.
Anzi è stato capovolto tutto il senso del messaggio freudiano, facendo soprattutto
leva sui suoi punti ‘deboli’, sui fianchi aperti alla critica dell’antiautoritarismo e
dell’antilegalismo. Lati deboli che Levi Strauss e successivamente altri studiosi
presero di mira: il mito dell’orda darwiniana, l’omicidio originario del padre e il
contenuto meramente negativo della regola sull’incesto.
I filosofi della contemporaneità d’indirizzo antifamiliare e antigiuridico fondano i loro messaggi libertari dandosi un alibi culturale proprio nella ricerca di una sintesi tra Freud e Marx.
In generale può dirsi che la Famiglia e il Diritto sono stati attaccati negando positività e verità alla relazionalità umana regolata e alla singolarità differenziata nel maschile e nel femminile.
Prima Reich, poi Marcuse teorizzarono la liberazione sessuale a partire da un
concetto di Famiglia “come fabbrica di mentalità autoritaria”, e da un concetto di Matrimonio come istituto giuridico da doversi sostituire con una libera e non
impegnativa convivenza fondata sulla soddisfazione egoica degli impulsi libidici.
Nello stesso tempo teorizzarono la legalizzazione del divorzio, del libero aborto,
degli anticoncezionali.
Sulla stessa linea ideologica antifamiliare ed antigiuridica si sono schierati i teorici
del rivoluzionarismo totale e permanente. In Inghilterra Cooper ha teorizzato la morte della Famiglia e di ogni istituzione e la rivoluzione dell’Amore e della Pazzia. In
Francia Deleuze e Guattari hanno auspicato, attraverso il rifiuto della Famiglia
edipica, il trionfo della schizofrenia, dell’illogico, dell’assurdo, della violenza
terroristica liberatrice ed antisistema.
Tra i pensatori che in proposito hanno influenzato in modo determinante il costume contemporaneo, occorre ricordare in particolare Jean Paul Sartre e Simone De Beauvoir, compagni di vita e di studi. Sartre è uno dei padri dell’esistenzialismo contemporaneo. Egli ha affermato che “l’esistenza precede l’essenza” e “che bisogna partire dalla soggettività”, poiché l’Uomo “non è altro che ciò che si fa”, ovvero “sarà innanzitutto quello che avrà progettato di essere”. “L’Uomo è responsabile di quello che è”, è l’unico responsabile, per questo è in angoscia. Il Bene il Male non esistono più; tutto si annulla nella scelta ingiustificabile e assolutamente arbitraria:
“Poiché Dio non esiste, tutto è permesso”.
Questo e il punto nodale
dell’esistenzialismo sartriano: il disconoscimento di un’essenza, di una coscienza
realistica che preceda l’atto, il farsi dell’Uomo, insieme con la negazione totale della
trascendenza, oscura ogni possibile senso e significato dell’esistenza che, come dice Romano, viene così a chiudersi “nell’unità indistinta col momento fattuale e
coscienziale”.
De Beauvoir è stata una delle teoriche del movimento femminista. Il suo “Le
deuxieme sexe” ha segnato una svolta decisiva nella riflessione contemporanea sul problema donna, per lei “donna non si nasce ma si diventa”. “Il dramma della donna consiste nel conflitto tra la rivendicazione fondamentale di ogni soggetto che si pone sempre come essenziale e le esigenze di una situazione che fa di lei una inessenziale”; così la scrittrice francese, mediante “la questione femminile”, “ci pone il problema dell’attività – passività, ci pone il problema del rapporto aggressivo o meno verso l’altro”.
Per la De Beauvoir “la funzione di femmina non basta a definire la donna”,
che non si può spiegare neanche con “l’eterno femminino”. Nella società attuale “tutte le donne servono da chiavica al palazzo luminoso e sano nel quale abitano le
persone oneste”; la donna “è la schiava dell’uomo, malgrado ciò crede di essere il
suo idolo”. In questa situazione “per la donna non c’e altro mezzo che lavorare sulla
propria liberazione. Questa liberazione non può essere che collettiva, ed esige prima di tutto che si compia la evoluzione economica della condizione femminile”; ma occorre anche rifiutare che la donna “si chiuda nei rapporti che ha con l’uomo” per affermare tra tutte le donne “senza possibilità di equivoco, la loro fraternità”.
In realtà, l’attacco alla maternità, portato dalla De Beauvoir e in generale da tutto il
movimento femminista, colpisce un “valore supremo”, come dice Jung, la “madre”,
“la chiave dorata che una buona fata pose nella nostra culla”, “Il primo mondo del
bambino e l’ultimo mondo dell’adulto”.
Ora, se anche può convenirsi nell’affermazione che oggi “la maternità assume tanti
significati, meno quello che sarebbe più ovvio: una funzione che serve a dare vita ad un altro essere”, non si può però disconoscere che il rapporto madre-figlio,
“rapporto immediato sotto duplice profilo carnale e spirituale, psicomatico” , oggi
“sta rivelandosi una pietra miliare nel cammino di consapevolezza intrapreso dalle
donne”.
Nel rapporto madre-figlio, cioè, nella maternità, la donna può ritrovare il senso del
femminile e dispiegarlo in tutte le sue energie potenziali di Verità rimaste finora
nascoste a causa dei pregiudizi e dell’egoismo maschile. Soprattutto a questo
egoismo, storicamente, la donna che, come dice Kierkegaard, “è la coscienza
dell’uomo”, non ha opposto “quella intelligenza bene articolata… (che) infonde
fiducia nell’uomo, elemento da non sottovalutare, che manca più spesso di quanto si creda nella relazione uomo – donna”.
Il femminismo, nelle sue complesse articolazioni, ha posto la donna concreta di
fronte ad un bivio, ad una scelta di vita, su cui si giocano le sorti non solo della
femminilità, in quanto verità della singolarità umana, ma della stessa Famiglia, della
Natura Umana da riscoprire o da mettere definitivamente a tacere.
O la donna si ripone al centro della familiarità, come ‘punto’ di mediazione
comunicativo – affettiva tra il padre e il figlio, partendo dalla concezione della
maternità non come condizione storica, ma come responsabilità, giustizia biologica e spirituale, della singolarità femminile di fronte all’esistenza. O la donna segue il femminismo e la sua pseudo liberazione “sfocia nella negazione dell’Uomo reale” e instaura l’individuo generico di De Beauvoir, indifferente alla ‘chiamata’ della propria identità sessuale che “nell’ebrezza della libertà e della scoperta impara a considerare la terra intera come un proprio feudo”.
La donna e l’uomo o tornano alla Verità di essere “uomo o donna”, aperti all’incontro nell’amore personalistico e alla coesistenza con il simile – differente, o si perdono nella violenza e nell’indifferenza omicida o suicida.
L’attacco culturale contro la relazionalità regolata e l’identità sessuale è l’attacco
contro la Natura dell’Uomo.
Il Novecento, secondo Simmel, si è contraddistinto per “il ripudio del senso della
misura e il ripudio del senso della forma” , di cui una delle più puntuali
manifestazioni odierne è proprio l’antigiuridismo di Walter Benjamin, il più tenace
coerente assertore del Diritto come violenza e dell’orgia mitico-utopica del
rivoluzionarismo sanguinario e terrorista.
Ci si potrebbe chiedere; perché “questo radicale rifiuto del limite come principio e
ricorrenza nella natura e nell’Uomo”, che così nettamente contraddistingue tutti
questi pensatori, così autorevoli per la contemporaneità? Per Mazzetti “il limite
comporta sempre differenza e distinzione; rapporto tra necessità, possibilità e
contigenza”, mentre oggi, come dice D’Agostino, sulle orme di Del Noce, si esalta
“la vitalità come valore, al di là di ogni senso borghese del limite”.
Per Emanuele Severino “è oggi in via di formazione il progetto che ha lo scopo di
aumentare senza limiti la capacità umana di realizzare scopi, di dominare il mondo.
Anche, ma non solo, per questo vado scrivendo che la tecnica, in quanto è tale
progetto, è destinata a prevalere sulle forme di tecnica che ad esso si oppongono […] “Volontà di potenza” e “tecnica” sono sinonimi; ma la Tecnica che progetta
l’incremento senza limiti inviolabili della propria potenza differisce essenzialmente
da tutte le forme di tecnica in quanto sottoposte a quei Limiti e che pertanto le si
oppongono […] economia, politica, morale, Diritto, arte […]”.
Quindi, oggi, il limite è odiato, deriso, negato sia nella forma di una relazionalità
regolata e durevole, come “risposta esistenziale all’insicurezza” e alla difettività del soggetto, sia nella forma della coscienza di essere sessualmente differenziato,
destinato all’incontro maturativo in cui l’amato/a diventa la mediazione “fra il mio io
frammentato e l’umanità indivisibile ed eterna”.
Così Famiglia e Diritto trovano il loro collegamento esistenziale anche nella cattiva
sorte che dottrina e prassi antifamiliare e antigiuridica hanno loro preconizzato nel
quadro dell’attacco al limite, alla forma, alla misura, alla Natura.
Se, conformemente al pensiero oggi dominante, tutto si annulla nell’egoismo
individuale o nel mito della massa e dell’egualitarismo liberante, ‘familiarità’ e
giuridicità, ovvero la singolarità relazionale, regolata e realizzata nella mediazione tra la libertà e l’autorità, diventano repressione ed alienazione da eliminare con qualsiasi mezzo.
Quale destino spetterà all’uomo contemporaneo se sceglierà quest’ultima via, la strada della distruzione dei luoghi di personalizzazione e socializzazione? Per Capograssi “lavorare, correre in auto, giocare a scacchi, e poi morire”; una sterile vita in un mondo anonimo e inumano, perché, come afferma Jaspers, “le cose umane si annientano nel caos come nell’ordine totale”.
Però proprio questo collegamento esistenziale tra Famiglia e Diritto, interpretato alla luce della Verità della Natura umana, che proprio tale collegamento rivela, potrà invece invertire la tendenza attuale e rivalutare la Famiglia, fondata sul Matrimonio, e il Diritto aprendo la strada al recupero dell’Uomo, del senso perduto della Vita.
Rivalutare vuol dire ridare il Valore ovvero riscoprirlo sia nel Diritto, struttura delle
relazioni tra le azioni umane, sia nel Matrimonio, atto costitutivo della Famiglia.
All’esito della ricerca e della analisi della esperienza esistenziale il Valore, inteso
come principio costitutivo, aspetto fondante e costante dell’Esserci del Diritto può
essere colto nel Dovere, mentre il Valore del Matrimonio può essere individuato
nella Indissolubilità.