Lunedì sera migliaia di persone si dirigono verso Piazza del Popolo a Roma. Tra loro una ragazza con la bandiera dell’Italia canticchia Bella Ciao e si incammina verso la metro per unirsi agli altri giovani presenti in piazza dopo la vittoria del No al referendum sulla Giustizia. L’elettorato di sinistra ha festeggiato come non si vedeva dai tempi del referendum sul divorzio. Com’è nata questa mobilitazione?
La mobilitazione generale
Il No ha vinto grazie alla grande mobilitazione di una parte della popolazione che, pur non riconoscendosi nella coalizione di centrosinistra né essendo stata convinta dalla sua comunicazione, ha voluto impedire un’importante vittoria al governo. Come testimoniato dalle numerose assemblee e manifestazioni si è mossa in concerto una galassia di soggetti che hanno sostenuto il No: dall’Associazione Nazionale Magistrati alla CGIL, passando per le associazioni studentesche universitarie, i licei, i partiti tradizionali e le associazioni attive nel campo della giustizia. Insieme ai comitati per il No, queste realtà hanno fatto fronte comune per portare all’elettore informazioni concrete e accessibili. Ognuna per ragioni specifiche: l’ANM per difendere l’indipendenza del potere giudiziario da quello esecutivo, la CGIL per impedire che le grandi aziende restassero impunite con la nuova riforma, le associazioni universitarie perché non volevano rafforzare un governo ritenuto complice nella guerra a Gaza, poco attento ai giovani studenti e lavoratori.
Proprio i giovani hanno risposto in massa per il No: secondo le rilevazioni Opinio del 24 marzo 2026, nella fascia 18-35 anni il divario è del 60% a favore del No. Tuttavia ai fuorisede non è stato concesso votare attraverso il sistema già sperimentato alle politiche del 2022 e alle europee del 2024, e questo ha alimentato l’accusa, da parte di molti, di una precisa volontà governativa di silenziare una fetta dell’elettorato.
I protagonisti della campagna del No sono entità con forte radicamento territoriale e autorevolezza riconosciuta, capaci di andare oltre i confini dei partiti politici e convincere al voto ampie fasce dell’elettorato progressista. Hanno votato No circa 15 milioni di italiani, molti di più rispetto ai voti assegnati dagli ultimi sondaggi IPSOS del 26 febbraio 2026 alla coalizione di centrosinistra.
Il contenuto della riforma
Il punto centrale della riforma è stata la separazione delle carriere, questo da subito non ha convinto il fronte del no in quanto questa è, di fatto, già prevista dall’ordinamento attuale: un magistrato può cambiare ruolo tra funzioni giudicanti (i giudici) e requirenti ( i pubblici ministeri) solo una volta ogni dieci anni, e soltanto l’1% sceglie questa possibilità ogni anno. Il fronte del Sì sosteneva invece che separando percorsi formativi, carriere e organi di autogoverno — con un CSM distinto per giudici e PM — si sarebbe eliminata la commistione tra magistratura giudicante e requirente, rendendo il processo più imparziale.
Il fronte del No ribatteva che proprio la creazione di due Consigli Superiori per la Magistratura separati uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, avrebbe di fatto consegnato la giustizia alla politica. Inoltre la riforma comportava l’introduzione dell’elezione tramite sorteggio per gli appartenenti alla magistratura del Consiglio indebolendo le correnti dell’ANM, e anche l’elezione per i membri laici ovvero professori universitari o avvocati con esperienza decennale da una lista redatta dal parlamento.
Ad oggi vengono eletti membri togati del Consiglio Superiore della Magistratura dai magistrati stessi e la parte laica viene scelta dal parlamento.
La nuova configurazione proposta secondo il fronte del no, avrebbe aperto la strada alla politica a interferenze nelle procure, quindi a quali casi far perseguire nei tribunali.
Secondo il fronte del Sì il sorteggio dei laici avrebbe filtrato l’impatto della politica sulla magistratura, che oggi è ancora presente, ed invece il sorteggio dei togati avrebbe slegato il Consiglio da interessi politici anche legati all’ordine dei Magistrati premiando veramente il merito nelle procure.
Sull’Alta Corte il fronte del No è stato netto: la ritiene inutile. Il Ministro della Giustizia ha già la facoltà di impugnare le decisioni del CSM, ma lo ha fatto in una percentuale minima di casi. Più in generale la sinistra non ha mai creduto in questa riforma: la lettura diffusa era che dietro l’impianto tecnico ci fosse una logica di controllo, quella di indebolire una magistratura percepita come scomoda per l’attuale maggioranza.
Il SI contro se stesso
Si sosteneva inoltre che la proposta di legge avrebbe dato compimento al principio costituzionale dell’equo processo. Ma questo è stato smentito da un membro stesso del governo : la senatrice leghista Buongiorno con l’affermazione «Chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere» dal suo discorso in senato a favore del SI di gennaio 2026. Lei ha contraddetto in Parlamento l’affermazione della Presidente Meloni in post su X del 30 ottobre al termine del passaggio della riforma in parlamento <<Oggi, con l’approvazione in quarta e ultima lettura della riforma costituzionale della giustizia, compiamo un passo importante verso un sistema più efficiente, equilibrato e vicino ai cittadini >> secondo cui la riforma avrebbe accelerato i tempi della giustizia.
Difficili da giustificare sono state alcune dichiarazioni di esponenti del governo come quella dell’allora capo di gabinetto del Ministro della Giustizia Giusi Bartolozzi — ex magistrato — che ha paragonato i magistrati a un plotone di esecuzione. Una frase che ha risuonato come un megafono nelle piazze italiane, galvanizzando ulteriormente il fronte del No.
Il fronte del Sì, al contrario, non ha potuto contare su soggetti direttamente presenti sul territorio: a farsi portavoce della campagna sono stati i comitati e i partiti politici, senza quella capacità di amplificazione del messaggio che ha invece caratterizzato l’altro fronte. L’elettorato di destra non è stato coinvolto fino in fondo: le sue priorità restano la sicurezza, il caro prezzi, i salari bassi — e questa proposta non prometteva di risolvere nemmeno i tempi lunghi della giustizia, problema sentito anche da chi si rivolge ai tribunali. Alla fine hanno votato Sì circa 12,8 milioni di elettori, poco più di quanti avevano votato per la maggioranza alle scorse politiche: il contributo limitato di Azione e +Europa, i quali hanno dato indicazioni di voto per il si, sommato all’astensionismo — soprattutto al Sud — ha affossato il fronte favorevole alla riforma.
La scelta
Al di là del merito, il fronte del No ha compiuto la propria scelta perché non ha ritenuto questo governo degno di mettere mano alla Costituzione, come conferma la ricerca di YouTrend e SkyTG24 pubblicata il 25 marzo 2026.
È evidente, a mio avviso, che un testo così tecnico non era adatto a uno scontro referendario. Meritava un ampio dibattito parlamentare, capace di raggiungere quella maggioranza qualificata necessaria a modificare la Carta, e un’unità d’intenti costruita attraverso il dialogo — nello spirito stesso della Costituzione.
Chi potenzialmente esce più rafforzato da questa vicenda è il centrosinistra e il Movimento 5 Stelle, che si sono fatti campioni della battaglia per il No. Ma i loro leader non dovrebbero sentirsi titolari di questi nuovi consensi: quei 15 milioni di voti sono molti di più degli 11 milioni che hanno scelto quelle forze politiche alle ultime elezioni . Lorenzo Perigliasco, politologo, identifica questi elettori , all’alba del risultato del 23 marzo, in più come “dormienti” in quanto contrari al governo ma non si identificano nei partiti di opposizione. Questo dato dovrebbe far riflettere sulla ricerca, da parte dell’elettorato progressista, di una forza capace di contrastare il governo in modo credibile — perché, come già alle europee, il centrosinistra e il M5S non li hanno rappresentati davvero.
Per riprendere l’energia di quella piazza e l’entusiasmo dei giovani che per la prima volta si avvicinano alla politica, l’opposizione deve andare dove finora non è arrivata. Nei podcast, negli spazi digitali, in trasmissioni come Pulp di Fedez — dove una generazione che ha smesso di fidarsi dei partiti si informa e si confronta. Non per fare comunicazione, ma per dimostrare che sono disposti ad ascoltare. Quella parte di elettorato che ha votato No senza votare per loro non cerca un nuovo simbolo sulla scheda — cerca qualcuno che si metta davvero in gioco. Riusciranno i leader dell’opposizione a cogliere questa occasione prima delle politiche del 2027?