Sulla ‘Death Penalty Bill’ in Israele

La knesset in seduta.

Golda Meir: “Preferisco ricevere le vostre critiche che i vostri messaggi di condoglianze”

Come noto Israele ha appena approvato una nuova legge sulla pena di morte per alcuni reati di terrorismo. Il provvedimento introduce anche restrizioni a libertà e diritti civili su cui, per ragioni di sintesi, non mi soffermerò. Viene comunemente indicato come “Legge sulla pena di morte per i terroristi”. La Knesset (il Parlamento israeliano) l’ha approvata il 30 marzo 2026, con 62 voti favorevoli e 48 contrari

In sintesi, la legge stabilisce che, per alcuni attacchi terroristici mortali, commessi inoltre con finalità di colpire o negare l’esistenza dello Stato di Israele, la pena di morte diventa la sanzione predefinita.

In realtà in Israele è già vigente una legge sulla pena di morte, ma con tante restrizioni. Per esempio, come noto, fu eseguita contro Adolf Eichmann nel 1962. 

Questa nuova legge estende e rende molto più concreta e probabile l’applicazione della pena capitale per reati di terrorismo mortale. La legge è stata approvata, ma la situazione non è chiusa. È già stato presentato un ricorso urgente alla Corte Suprema israeliana, quindi è possibile che venga sospesa, limitata o annullata.

Sul contesto

Sono contrario alla pena di morte. Lo sono da sempre. Eppure, non credo nei dogmi o ai principi assoluti e fatico a giudicare con severità etica chi, come Israele, si trova da decenni a dover difendere la propria esistenza da chi ne proclama apertamente la distruzione. Sebbene sia convinto che questo provvedimento finirà purtroppo per alimentare ulteriore odio contro lo Stato ebraico, non posso ignorare il contesto drammatico in cui nasce. Persino la tradizione cristiana, pur fondata sul precetto di “non uccidere”, ha dovuto fare i conti con la realtà della minaccia. Così anche uno dei padri della Chiesa si pronunciò sul principio di ‘non uccidere’ in modo assai chiaro. Scriveva infatti Tommaso d’Aquino (STh II-III, 64, 7, co.), con parole che sono diventate del resto il pilastro della giurisprudenza occidentale: 

Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conservazione della propria vita; mentre l’altro è l’uccisione dell’attentatore. Orbene, codesta azione non può considerarsi illecita, per il fatto che con essa s’intende conservare la propria vita: poiché è naturale per ogni essere conservare per quanto è possibile la propria esistenza”. 

Non cito l’Aquinate per giustificare tecnicamente la legge israeliana, ma solo per dimostrare che persino per uno dei padri della Chiesa non esistono principi “non negoziabili” quando è in gioco la sopravvivenza. E, più in generale, anche per il fondamentale diritto alla libertà, oltre che per quello della vita, valgono le stesse considerazioni in tutte le realtà e culture umane: visto che le carceri sono in tutti i paesi del mondo, anche in tempo di pace. Ricordo anche che fu Papa Paolo VI a rimuovere ufficialmente la pena capitale dalla “Legge Fondamentale” dello Stato della Città del Vaticano: solo nel 1969.

Spesso poniamo le questioni morali in astratto, e questo ci permette di indulgere in una facile superiorità. La vera sfida morale consiste invece in una “fantasia” necessaria: supponiamo che fossi io a occupare quella posizione, in quelle precise condizioni di assedio, e a dover decidere: cosa farei?

In etica esiste così una regola aurea, secondo almeno molti filosofi e studiosi: pensare mettendosi al posto degli altri. Ciò ci costringe ad ammettere, in ogni caso, un certo grado di utile scetticismo. 

Un primo fatto, allora. Dal giorno della sua nascita Israele ha dovuto combattere molte guerre scatenate con lo scopo dichiarato della sua distruzione. E uno degli attori principali di ciò è stato, ed è, Hamas: che ha scatenato l’ultimo atroce conflitto con i terribili avvenimenti del 7 ottobre 2023.  Quale è, chiediamoci quindi, la posizione formale sulla pena di morte dell’altro attore della guerra, oltre Israele? Hamas il 25 gennaio 2006 sale al potere in Palestina (tramite elezioni) e chiarisce ufficialmente le sue intenzioni e finalità: 

Dalla Premessa dello Statuto del Movimento di Resistenza Islamico Hamas.
Israele, sarà stabilito, rimarrà in esistenza finché l’Islam non lo ponga nel nulla, così come ha posto nel nulla altri che furono prima di lui.

Dall’Articolo 11.
Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un “waqf” (sacro deposito), terra islamica affidata alle generazioni dell’Islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa.

Dall’Articolo 13.
Le iniziative di pace, le cosiddette soluzioni pacifiche [… ] contraddicono tutte le credenze del Movimento di Resistenza Islamico. In verità, cedere qualunque parte della Palestina equivale a cedere una parte della religione. Il nazionalismo del Movimento di Resistenza Islamico è parte della sua religione, e insegna ai suoi membri ad aderire alla religione e innalzare la bandiera di Allah sulla loro patria mentre combattono la “jihad” (Guerra Santa) [… ].

Di tanto in tanto, si sente un appello a organizzare una conferenza per cercare una soluzione pacifica al problema palestinese [… ] Queste conferenze non sono nulla di più che un mezzo per imporre il potere dei miscredenti sui territori dei musulmani. E quando mai i miscredenti hanno reso giustizia ai credenti? [… ].

Non c’è soluzione per il problema palestinese se non la jihad. Quanto alle iniziative di pace, sono perdite di tempo e giochi da bambini. Il popolo palestinese è troppo nobile per mettere il suo futuro, i suoi diritti, e il suo destino nelle mani della vanità.

Dall’Articolo 15.
Quando i nemici usurpano un pezzo di terra musulmana, la jihad diventa un obbligo individuale per ogni musulmano. Di fronte all’usurpazione della Palestina da parte degli ebrei, dobbiamo innalzare la bandiera della jihad.

In questo Statuto si parla esplicitamente di ‘ebrei’ quindi, verso cui va diretta la jihad. Non contro tutti gli ebrei del mondo, almeno formalmente, ma contro quelli in Israele si. 

La legge israeliana non mi piace affatto, ripeto ancora, ma è falso affermare che si applichi solo ai palestinesi, come in tanti si sono affrettati a scrivere in queste ore. Non è così. Questa ennesima ‘imprecisione’, quando si parla di Israele, è come altre davvero scorretta La legge individua una fattispecie che è “terrorismo teso alla distruzione di Israele”. Ed è scritta in modo neutro, non menziona i palestinesi. Prevede la pena di morte per “terroristi” condannati in tribunali militari o civili in determinati casi relativi ad atti che hanno causato la morte di persone innocenti. Che poi si applicherà, con ogni probabilità, soprattutto ai palestinesi di Hamas ciò dipende dal fatto che Israele, e non per sua scelta, è in guerra (atroce, si pensi solo al 7 di ottobre) con Hamas

Un esempio storico e uno attuale 

Se ci chiediamo se il prezzo delle scelte della Knesset sia un indebolimento della democrazia stessa, la risposta è purtroppo un grande “Sì”. Tuttavia, la responsabilità morale di questa deriva non ricade su chi subisce l’attacco, ma su chi scatena la guerra: su chi organizza l’annientamento di un altro popolo, costringendo il difensore a misure estreme. Anzi, stupisce che Israele, in uno stato di guerra permanente dal 1948, sia riuscito a preservare il proprio assetto democratico senza ricorrere a leggi ben più drastiche (considerando che la pena di morte è tuttora vigente in 52 Stati, spesso per reati molto meno gravi del terrorismo).

Il dilemma di Israele non è un caso isolato nella storia delle democrazie occidentali: anche il Regno Unito di Winston Churchill e l’Ucraina di Volodymyr Zelens’kyj, per fare solo due noti esempi distanti nel tempo, si sono mossi nella direzione della Knesset. Durante il secondo conflitto mondiale, la più antica democrazia moderna, quella britannica, approvò per esempio i ‘Defence Regulations’: regolamenti che conferivano al governo poteri eccezionali, dalla censura dei media al razionamento dei beni, fino alla requisizione della proprietà privata. Il punto più critico fu la detenzione preventiva senza processo per i sospetti “nemici dello Stato” o “potenziali spie”, insieme alla sospensione del diritto di riunione e all’internamento di stranieri regolarmente residenti. In quelle condizioni, il Parlamento rimase attivo solo formalmente, mentre Churchill accentrava su di sé ogni decisione rapida e vitale per la sopravvivenza della nazione.

Un esempio attuale è l’Ucraina, appunto. Dall’invasione russa del 24 febbraio 2022, il Paese vive sotto la legge marziale, uno stato di eccezione che giustifica restrizioni totali alla libertà di movimento, la mobilitazione obbligatoria dei civili e un controllo assoluto sui media per contrastare la propaganda nemica. Queste misure limitano pesantemente la libertà di stampa e di informazione, ma vengono accettate come strumenti indispensabili per la protezione dell’integrità nazionale. In entrambi i casi, la democrazia accetta di “sospendere” se stessa per non sparire: un paradosso tragico che Israele, oggi, si trova nuovamente a dover gestire.

L’ assediato costretto ad agire

Nel concludere la mia avversione verso la pena di morte rimane, così come il grande timore che questa legge possa trasformarsi in un formidabile strumento di propaganda nelle mani di chi vuole isolare Israele. Tuttavia, applicando il principio del ‘mettersi al posto dell’altro’, a me sembra difficile poter puntare il dito con superiorità morale. Come accaduto alla Gran Bretagna di Churchill o all’Ucraina di oggi, e a altri, la democrazia sotto attacco finisce talvolta e quasi inevitabilmente per mutilare se stessa pur di sopravvivere. La vera colpa di questa tragedia non risiede in chi, stretto d’assedio, arriva a varare leggi illiberali, ma in chi — invocando la distruzione altrui — ha reso quelle leggi spesso tragicamente necessarie.

Davanti così a uno Statuto che teorizza lo sterminio come dovere religioso, la condanna etica verso la reazione israeliana svanisce nel dubbio. Se fossimo noi a occupare quella posizione, in quelle esatte condizioni di minaccia permanente, cosa faremmo davvero? È troppo facile professarsi custodi di principi assoluti quando la propria esistenza non è messa in discussione ogni giorno. Per questo, pur ritenendo il provvedimento un errore politico che alimenterà nuovo odio, sospendo il giudizio morale: perché il diritto alla difesa, come insegnava l’Aquinate, è il primo e più naturale degli istinti, anche quando assume le forme amare e disperate di un patibolo.

In definitiva, credo che la ‘Death Penalty Bill’ è il sintomo di una malattia contratta altrove. È un provvedimento che indebolisce il tessuto democratico di Israele e che probabilmente ne complicherà ancora, se possibile, il futuro internazionale: ma non può essere giudicato davvero senza tener conto del contesto. Finché l’interlocutore di Israele sarà un’entità che pone la cancellazione del ‘nemico’ come precondizione teologica, ogni misura difensiva, per quanto estrema o sgradevole, conserva una sua terribile legittimità etica legata alla sopravvivenza. Condanno la legge per ciò che credo produrrà, certo, ma non riesco a condannare moralmente chi l’ha scritta e chi l’ha votata: la responsabilità morale di questo arretramento civile ricade sulle spalle di chi ha reso la guerra l’unica lingua possibile.

Add a comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *