La violenza di chi non ha colpa

GNA Napoli - tribunale dei minori (newfotosud)

Qualche giorno fa l’Italia è rimasta scossa da un episodio che, purtroppo, non è più un’eccezione ma il segnale di un malessere crescente: un ragazzo di tredici anni ha accoltellato la sua insegnante in classe, ferendola gravemente. Un gesto improvviso, violento, che ha lasciato attoniti compagni, docenti e famiglie. Dopo l’aggressione, il minore è stato accompagnato dai carabinieri insieme ai genitori; nella sua abitazione è stato trovato materiale potenzialmente pericoloso, ulteriore indizio di un disagio che probabilmente covava da tempo.

Poche ore fa, a Napoli, un quattordicenne è stato accoltellato da alcuni coetanei all’interno della scuola. Un altro episodio che, pur nella sua diversità, conferma un clima di crescente violenza tra i giovanissimi.

La docente ferita dal tredicenne – ora in miglioramento – ha espresso parole che meritano attenzione: ha detto di aver sempre percepito il ragazzo come fragile, e ha sottolineato come certi comportamenti estremi possano essere alimentati anche dall’influenza dei social, dove modelli aggressivi e dinamiche distorte rischiano di diventare normalità per chi non ha ancora gli strumenti per interpretarli. Una considerazione che richiama quanto affermava già Albert Bandura, padre della teoria dell’apprendimento sociale: i giovani tendono a imitare i comportamenti osservati, soprattutto quando questi appaiono premiati o normalizzati.

Sul piano giuridico, il quadro è chiaro: l’articolo 97 del codice penale stabilisce che chi non ha compiuto i quattordici anni non è imputabile. La Procura per i minorenni ha comunque aperto un fascicolo, non per punire, ma per capire: valutare il contesto familiare e scolastico, attivare eventuali misure di tutela. Sul piano civile, invece, la responsabilità ricade sui genitori. Ma anche questo non basta a spiegare ciò che sta accadendo.

La domanda che tutti si pongono è un’altra: come è possibile che un bambino arrivi a compiere un gesto così estremo? E soprattutto: perché episodi simili stanno diventando più frequenti?

Secondo il sociologo Ulrich Beck, viviamo in una “società del rischio”, in cui le tradizionali strutture educative – famiglia, scuola, comunità – faticano a contenere le tensioni generate da cambiamenti rapidi e profondi. I minori crescono in un ambiente dove i confini tra reale e virtuale sono sempre più sfumati, e dove la capacità di elaborare frustrazione e conflitto è spesso debole.

La violenza tra i minori non è più confinata alle baby gang o ai casi di bullismo. Oggi coinvolge ragazzi sempre più giovani, spesso soli, spesso invisibili, spesso incapaci di dare un nome alle proprie emozioni. Come ricorda lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, molti adolescenti vivono una “fragilità narcisistica” che li rende vulnerabili a esplosioni improvvise quando percepiscono un fallimento o una perdita di controllo.

Il sistema penitenziario minorile italiano, che da sempre privilegia la rieducazione alla punizione, si trova davanti a una sfida nuova: intervenire su comportamenti gravissimi commessi da chi, per legge, non può essere punito. E allora la questione non è tanto se servano pene più dure, ma se siamo ancora in grado di intercettare il disagio prima che esploda.

Le cause sono molteplici e intrecciate:

  • La famiglia, sempre più fragile e disorientata. Secondo i dati ISTAT, negli ultimi dieci anni è aumentato il numero di nuclei monoparentali e di situazioni familiari segnate da conflittualità o isolamento educativo.
  • La scuola, che dovrebbe essere presidio di ascolto e prevenzione, ma che spesso è lasciata sola. Il sociologo Zygmunt Bauman parlava di “società liquida”: anche le istituzioni educative rischiano di diventare liquide, senza risorse stabili e senza figure di supporto come psicologi e mediatori.
  • I social, che amplificano tutto. Studi recenti dell’American Psychological Association mostrano come l’esposizione precoce a contenuti violenti aumenti l’aggressività percepita e la desensibilizzazione emotiva.
  • La società nel suo complesso, che corre troppo e ascolta poco. Come osserva il pedagogista Daniele Novara, i ragazzi non hanno bisogno di più regole, ma di più adulti significativi.

Di fronte a tutto questo, la domanda non può essere solo “perché succede?”, ma “cosa possiamo fare?”. Non esistono soluzioni semplici, ma esistono direzioni chiare: rafforzare la scuola, sostenere le famiglie, educare all’uso consapevole dei social, potenziare i servizi territoriali, intervenire precocemente anche quando il minore non è imputabile. Non per punire, ma per accompagnare, per recuperare, per evitare che un disagio diventi un gesto irreparabile.

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