MILANO – Un uomo incapace di affrontare la disgregazione della propria immagine, ostaggio di una personalità narcisistica e di una doppia vita divenuta insostenibile. È su questo ritratto psicologico che la difesa di Alessandro Impagnatiello fonda la propria strategia nel processo d’appello in corso a Milano. L’ex barista, condannato all’ergastolo lo scorso novembre per aver ucciso la compagna Giulia Tramontano con 37 coltellate, tenta ora di far cadere le aggravanti che hanno reso la pena inevitabile.
Il delitto, avvenuto il 27 maggio 2023 a Senago, ha scosso l’opinione pubblica per la sua efferatezza: la giovane, incinta del piccolo Thiago al settimo mese, è stata assassinata nella casa in cui viveva con l’imputato. Dopo l’omicidio, Impagnatiello avrebbe tentato per giorni di occultarne il corpo, spostandolo tra cantina, box e auto, fino all’abbandono in un’intercapedine. Ma secondo la difesa, rappresentata dall’avvocata Giulia Geradini, non si è trattato di un’aggressione pianificata, bensì di un’azione dettata dalla tensione crescente e dall’incapacità di gestire le conseguenze delle proprie menzogne.
Davanti alla Corte e alla sostituta procuratrice generale Maria Pia Gualtieri, i legali sostengono che l’omicidio non fosse premeditato: lo dimostrerebbero – secondo la difesa – le modalità “maldestramente improvvisate” con cui l’imputato ha cercato di disfarsi del cadavere, come l’acquisto del carrello per il trasporto effettuato solo tre giorni dopo il delitto, o la presenza evidente del topicida precedentemente somministrato.
Una parte cruciale della linea difensiva riguarda proprio quel veleno: le ricerche e la somministrazione, si legge nell’atto d’appello, erano mirate esclusivamente a provocare un aborto. Il figlio non ancora nato, Thiago, sarebbe stato percepito come un ostacolo alla realizzazione di sé, ma non come bersaglio di un intento omicida.
Anche l’aggravante della crudeltà viene contestata: secondo Geradini, l’attacco – avvenuto da dietro – impedì alla vittima qualunque forma di difesa o consapevolezza, e ciò escluderebbe la volontà di infliggere sofferenze ulteriori. A ciò si aggiunge la richiesta di riconoscere le attenuanti generiche per il pentimento manifestato dall’imputato nei giorni immediatamente successivi al delitto, quando confessò e si scusò con la famiglia di Giulia.
Nel frattempo, la Corte d’Appello è chiamata a valutare se i nuovi elementi siano sufficienti a mutare il quadro probatorio e giuridico tracciato nella sentenza di primo grado, che parlava di una pianificazione durata sei mesi.