Il dramma al Monaldi di Napoli

C’è un profonda storia che ha percorso l’Italia. Quello di un infante che sta lottando per la vita a seguito di un trapianto di cuore avvenuto non rispettando protocolli sanitari. 

Per comprendere il dramma familiare e nazionale bisogna immedesimarsi nella madre, il profondo dolore che penetra nelle ossa e ti fa restare in un limbo di incertezza e dove non sai se gli ultimi momenti che stai vivendo con tuo figlio avverranno in un’anonima stanza di ospedale in sottofondo ill rumore dei macchinari che lo tengono in vita.

La giornata non segue più ritmi normali ma quelli della terapia intensiva. Il bambino resta sedato per evitare dolore e movimenti che potrebbero spostare le cannule dell’ECMO; non è quindi sveglio né cosciente come nella vita quotidiana. È collegato in modo continuo alla macchina che sostituisce cuore e polmoni, al ventilatore che regola ogni respiro e a monitor che controllano battito, pressione, ossigenazione e attività degli organi secondo per secondo. L’alimentazione avviene tramite sondino o nutrizione endovenosa, i farmaci vengono somministrati in infusione costante e il personale sanitario interviene ripetutamente durante la giornata per esami, aspirazioni delle vie respiratorie, regolazioni dei parametri e prevenzione delle infezioni. I genitori possono restare accanto a lui, ma l’interazione è limitata: l’obiettivo non è una vita relazionale, bensì mantenere stabili le funzioni vitali mentre si attende la possibilità di un trattamento definitivo.

Dopo il peggioramento delle condizioni il bambino è mantenuto in vita con un sistema di circolazione extracorporea chiamato ECMO: in pratica una macchina esterna prende il sangue dal corpo attraverso dei tubi, lo ossigena come farebbero i polmoni e lo rimette in circolo spingendolo come farebbe il cuore, permettendo agli organi di continuare a ricevere ossigeno mentre il cuore non è in grado di lavorare da solo. A questo si affiancano il ventilatore meccanico, che controlla la respirazione introducendo aria nei polmoni, e le infusioni continue di farmaci che mantengono la pressione e sostengono la funzione degli organi. Insieme questi dispositivi non curano la malattia, ma sostituiscono temporaneamente le funzioni vitali indispensabili per guadagnare tempo e tentare una soluzione definitiva.

Il piccolo paziente non era affetto da una patologia lieve né si trovava in condizioni stabili prima dell’intervento. Era seguito per una grave cardiomiopatia dilatativa: il muscolo cardiaco, ingrandito e indebolito, non riusciva a garantire una circolazione efficace. In questi quadri la sopravvivenza senza trapianto è ridotta e l’inserimento in lista diventa spesso inevitabile. L’operazione non aveva dunque carattere migliorativo, ma rappresentava un passaggio necessario per mantenere in vita il bambino, perché il cuore originario non era più in grado di sostenere a lungo le funzioni vitali. Il fatto che in alcuni momenti riuscisse a muoversi e giocare non contraddice la diagnosi: la malattia può attraversare fasi temporaneamente compensate, in cui la portata cardiaca resta sufficiente per attività brevi e spontanee, pur in presenza di parametri clinici gravemente alterati.

Per un bambino così piccolo convivere con questa condizione significa una quotidianità fragile. Può apparire vivace a tratti, ma tende a stancarsi rapidamente, si ferma spesso, respira affannosamente dopo sforzi minimi e fatica anche durante il sonno o l’alimentazione. La crescita procede lentamente perché l’organismo consuma più energie di quante riesca ad assumere. La vita familiare ruota attorno a farmaci, controlli cardiologici e ricoveri ripetuti, mentre infezioni banali o febbre possono provocare peggioramenti improvvisi. Anche quando il bambino gioca, lo fa entro un equilibrio precario, destinato a rompersi senza un intervento definitivo.

Secondo le ricostruzioni fin qui emerse, la condizione attuale del bambino discende dal mancato funzionamento del cuore trapiantato, risultato gravemente danneggiato subito dopo l’impianto e tale da rendere necessario il supporto intensivo prolungato. Gli accertamenti stanno concentrando l’attenzione sulla “filiera” dell’organo: idoneità e controlli pre-impianto, tempi e modalità di conservazione a freddo, trasporto e passaggi di consegna. Tra le ipotesi riferite pubblicamente c’è anche l’uso di ghiaccio secco o comunque una conservazione non corretta, con verifiche sul contenitore impiegato per il trasporto. Sul piano penale, allo stato, non si parla di colpe definitivamente accertate ma di un’indagine con l’ipotesi di reato di lesioni colpose (in alcune ricostruzioni: lesioni colpose gravissime) a carico di più sanitari.

Il punto, in casi del genere, è che l’errore tecnico raramente nasce “da solo”: diventa catastrofico quando i livelli di controllo che dovrebbero fermarlo non funzionano. Un trapianto è una catena di micro-decisioni, firme, verifiche e doppie verifiche; se una di queste si indebolisce, l’anomalia può scivolare in avanti fino alla sala operatoria. In un sistema sotto pressione, con équipe affaticate, turni lunghi e attività ad altissima complessità, cresce il rischio che un’indicazione venga interpretata male, che un controllo venga dato per scontato, o che manchi il tempo materiale per una verifica indipendente davvero rigorosa.

Il collegamento con le fragilità strutturali della sanità sta soprattutto nell’organizzazione: standardizzazione delle procedure tra strutture diverse, tracciabilità dei passaggi, qualità della documentazione, cultura dello “stop” quando qualcosa non torna. Se questi pilastri sono fragili, non serve un errore macroscopico: basta una criticità nella conservazione o nel trasporto, un dettaglio non chiarito tra reparti o tra territori, perché l’evento avverso diventi irreversibile. Il fatto stesso che siano stati disposti sequestri e ispezioni indica che l’attenzione si sta spostando dal singolo episodio alla tenuta dei processi, cioè a come il sistema controlla (o non controlla) se stesso nei momenti in cui non può permettersi neppure un’incertezza

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