Un tentativo di cambio di regime?

Terzo scontro diretto in tre anni tra le stesse parti. Una guerra asimmetrica che non punta alla conquista territoriale, ma al riorientamento politico di una regione. Dall’apertura delle ostilità alle prime bare avvolte nel drappo americano, dall’Iran che resiste alle ipotesi su chi guiderà Teheran dopo Khamenei.

Il conflitto

Il confronto militare tra Stati Uniti, Israele e Iran non è che l’ultimo atto di una sequenza triennale di escalation. Terzo scontro diretto. Stesse parti, tre anni. Una guerra che si distingue per la sproporzione delle forze in campo e per una natura che è, prima di tutto, politica.

Gli Stati Uniti hanno schierato centinaia di aerei su tre teatri — Mediterraneo, Mar Rosso e Golfo Persico — più l’aviazione israeliana. L’Iran risponde con circa un centinaio di lanciatori di missili a lungo e medio raggio, silos nelle montagne, qualche unità navale. Meno, molto meno. Ma l’asimmetria numerica non dice ancora chi parte avvantaggiato.

La guerra, per riprendere la celebre formula del generale von Clausewitz, non è altro che la politica proseguita con altri mezzi. In questo caso gli obiettivi politici sono chiari: gli Stati Uniti puntano a cambiare interlocutore attraverso l’eliminazione della Guida Suprema Khamenei — non necessariamente l’intero regime, ma la sua leadership più intransigente. È la stessa logica già applicata in Venezuela il 3 gennaio scorso, quando aerei militari e forze speciali statunitensi attaccarono quattro basi, neutralizzarono la scorta presidenziale e catturarono Maduro, trasferendolo in un carcere a New York. Il regime non è caduto — Delcy Rodríguez ha preso le redini — ma l’interlocutore è cambiato. Come hanno osservato gli analisti del RAND, «la decapitazione del regime non equivale a cambio di regime». Vale doppio per l’Iran. Le analogie con Caracas si fermano qui: il Venezuela non ha apparati di sicurezza duplicati, né il radicamento culturale millenario, né la profondità burocratica e militare di Teheran.

Pensare che l’Iran possa precipitare nel caos come l’Iraq o la Libia è fuori dalla realtà. Il paese ha un tessuto sociale che non si sgretola facilmente. Apparati militari capillari. E soprattutto un senso di nazione che viene da millenni di civiltà persiana — non da un confine tracciato a tavolino.

Le due operazioni

L’operazione è composta da due componenti distinte con obiettivi differenziati. «Epic Fury» (USA) punta alla distruzione delle capacità strategiche iraniane: siti nucleari, basi missilistiche, marina militare, vertici militari. L’obiettivo dichiarato è eliminare la capacità di rappresaglia a lungo termine. «Leone Ruggente» (Israele) è invece un’operazione di decapitazione: l’eliminazione della leadership politica e religiosa, con Khamenei come obiettivo primario, insieme ai vertici dell’IRGC — l’obiettivo storico israeliano di risolvere definitivamente la minaccia nucleare e missilistica iraniana.

Secondo il generale Capitini, intervenuto in diretta sul canale YouTube Parabellum del primo marzo, gli Stati Uniti stanno dimostrando con questa operazione un’elevata capacità di coordinamento e abilità operativa senza precedenti per un’operazione binazionale di questa portata.

La strategia di resistenza iraniana

Secondo le massime di Sun Tzu, quando il difensore è ben posizionato il tempo logora l’attaccante: il difensore può migliorare continuamente le proprie posizioni mentre l’assalitore consuma le risorse. E proprio l’attaccante mostra, in questo caso, una scorta deteriorata di intercettori — sistemi costosi, difficili da rimpiazzare — mentre l’Iran continua a produrre droni kamikaze Shahed a una frazione del costo.

Per la Repubblica Islamica la strategia ottimale è contenuta in tre imperativi: mantenere il controllo sulla propria popolazione, resistere a quelle che potrebbero essere settimane di guerra intensa, ed esasperare gli alleati americani nel Golfo colpendo le loro città, sfruttando le lacune progettuali dei sistemi di difesa aerea regionali.

L’interruzione del traffico navale nello Stretto di Hormuz è un’altra leva nelle mani di Teheran: il 20-25% della produzione mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto transita da questo passaggio. Anche senza chiuderlo formalmente, creare incertezza fa esplodere i costi assicurativi, e i prezzi dell’energia salgono in tutto l’Occidente.

Le perdite umane

Le prime bare avvolte nel drappo americano che rientrano negli Stati Uniti riportano alla mente le lunghe file di feretri degli anni Duemila, ai tempi delle guerre in Iraq e Afghanistan. Al momento si contano sei vittime militari americane, colpite da un drone kamikaze in un centro di comando nelle prime ore del conflitto, in un accampamento in Kuwait, secondo le dichiarazioni rilasciate dal Pentagono nella giornata del 3 marzo.

Secondo i dati della Mezzaluna Rossa iraniana, le vittime accertate nelle prime settantadue ore di conflitto ammontano a circa 800. Decine di Comandanti dei Pasdaran e centinaia di militari il restante sono civili — morti che gli stati maggiori mettono già in conto. Buona parte delle vittime civile coinvolte si trovano  in prossimità di strutture militari. 

Uno degli episodi più controversi delle prime ore del conflitto è avvenuto il 28 febbraio 2026 nella città di Minab, nel sud dell’Iran. Due missili hanno colpito quasi simultaneamente una base dei Pasdaran (IRGC) e la vicina scuola elementare femminile Shajareh Tayyiba, situata a circa 600 metri dal complesso militare. Nell’edificio scolastico erano presenti circa 170 studentesse; il bilancio è salito nelle ore successive ad almeno 154 bambine uccise, andando molto di là dell’errore tecnologico dei sistemi d’arma usati in guerra  . Alcuni utenti sui social accusavano di essere le stesse forze armate iraniane di aver commesso un errore con missili che sono stati puntati contro gli stati del golfo, ma questa tesi è stata presto smentita da analisi open sources, come riportato dal sito di analisi InsideOver. Al momento gli Stati Uniti e Israele rifiutano di prendersi la responsabilità per questo tragico errore. 

La situazione in Iran

Il regime iraniano è molto più complesso e stratificato di quanto appaia. Gli apparati di sicurezza sono duplicati per disegno: se uno cede, gli altri tengono. Il sistema è stato costruito per sopravvivere alla morte di un singolo uomo. Funzionò alla scomparsa di Khomeini — prima la presidenza, poi Khamenei alla guida suprema. Va avanti da quarantasette anni.

Lo scenario più probabile non è dunque un collasso del regime, bensì una sua trasformazione interna. La rigidità di Khamenei — la sua indisponibilità al compromesso anche sulle norme sociali, come il velo obbligatorio — potrebbe essere sostituita da una leadership più pragmatica, ma sempre proveniente dalle file della Repubblica Islamica. Sarebbero proprio questi uomini, considerati meno intransigenti e più aperti al dialogo, quelli che i bombardamenti potrebbero puntare a preservare, eliminando i profili più radicali. È la lettura che Marco Bardazzi, Cecilia Sala e Mario Calabresi hanno sviluppato nel podcast «Sei e Trenta» di Chora Media, dove hanno analizzato come qualsiasi successore di Khamenei, per essere accettato dall’apparato, dovrà comunque provenire dall’interno del sistema.

Le opposizioni interne, inoltre, non sono un’alternativa reale. In Iran sono frammentate: i curdi nel nordovest, i beluci nel sudest, e la generazione millennial e quella z — persiana e azera — che vuole più libertà ma resta nazionalista nel profondo. Tra questi, solo i curdi hanno una struttura vera, un territorio e una guida riconoscibile. Come si stima in studio del Carnegie Endowment for International Peace sostiene che c’è ci sia una fascia della popolazione intorno al 15 milioni che rimane comunque fedele al regime.

Prendere il controllo dell’Iran non è come prendere il controllo di un ministero. I Pasdaran non sono solo un esercito — sono un’economia, una rete, un sistema di potere parallelo. Chi governerà dopo dovrà venire da dentro. Non c’è alternativa.

La visione americana

Il timore americano non si riduce al solo dossier nucleare — peraltro ripudiato teologicamente dallo stesso Khamenei, che ha emesso una fatwa contro la bomba atomica. Come ha dichiarato il Segretario alla Difesa Pete Hegseth nella conferenza stampa del 2 marzo: «Le ambizioni nucleari dell’Iran, la sua minaccia alle rotte commerciali marittime globali e il suo crescente arsenale di missili balistici e droni letali non erano più rischi tollerabili. L’Iran stava costruendo missili e droni potenti per creare uno scudo convenzionale a supporto delle sue ambizioni di ricatto nucleare.»

Questa guerra in Medio Oriente non è un ritorno alle politiche neocon. Donald Trump ha allontanato dalla Casa Bianca personalità come John Bolton, storico esponente di questa corrente,  già nel suo primo mandato. La sua è una politica transazionalista e realista: uso selettivo della forza per interessi strategici concreti, senza missioni ideologiche universali  e soprattutto non vuole utilizzare nation building, ovvero aiutare a creare le istituzioni nuove nello stato un tempo nemico. 

Come ha precisato il Segretario di Stato Marco Rubio nella stessa conferenza stampa del 2 marzo, quello in corso non è un attacco preventivo.

Se gli Stati Uniti non avessero posto l’Iran di fronte a un ultimatum, nell’arco di cinque anni si sarebbero trovati di fronte a una potenza nemica strutturata con le seguenti caratteristiche:

  • 80 milioni di abitanti;
  • una rete di proxy attivi nel continente — da Hezbollah agli Houthi;
  • autosufficienza energetica completa;
  • un programma spaziale maturo con ricadute militari dirette;
  • missili a gittata intercontinentale;
  • la concreta possibilità di dotarsi dell’arma nucleare;
  • un’alleanza consolidata con Russia e Cina su numerosi dossier strategici.

L’Iran rimane il grande nodo regionale che impedisce agli alleati americani — Israele, Arabia Saudita, Emirati — di lavorare e guadagnare in una regione che potrebbe valere molto di più.

La leadership iraniana

Gli attacchi alla leadership iraniana non si fermano. Il 3 marzo il New York Post riferisce di un attacco a Qom — città sacra per l’Islam sciita — dove, secondo fonti non confermate, era in corso un’Assemblea degli Esperti convocata per avviare l’elezione della nuova Guida Suprema. Un bersaglio politico e simbolico insieme.

Poche ore dopo, come riferito dall’ANSA il 4 marzo, l’Assemblea degli Esperti avrebbe completato la procedura prevista eleggendo Mojtaba Khamenei, figlio della precedente Guida Suprema. Finora religioso di rango intermedio ma da tempo considerato vicino ai Pasdaran, il nuovo leader è noto per le sue posizioni particolarmente rigide nei confronti dell’Occidente. Il suo nome circolava già da anni tra quelli indicati come possibili successori del padre alla guida della Repubblica Islamica. Secondo quanto riportato da Reuters, molti osservatori lo indicavano infatti come l’opzione più probabile nel caso in cui l’apparato avesse scelto una soluzione di continuità con l’impostazione politica del regime.

Ma c’è una seconda figura che osservatori e analisti seguono con attenzione: Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, attuale capo del sistema giudiziario, uomo delle istituzioni, pragmatico. Secondo un articolo del Time del 2 marzo, sarebbe il candidato più propenso, nel lungo periodo, a trovare un’intesa con Washington. Non un riformista — un sopravvissuto del sistema che conosce i limiti del sistema.

Quella che guida oggi l’Iran è una generazione forgiata dal Novecento: dalla rivoluzione, dalla guerra con l’Iraq di Saddam Hussein durata un decennio, dalla pressione costante delle sanzioni. La Repubblica Islamica non è nata per prosperare — è nata per resistere. E resistere è quello che sa fare meglio.

Perché il regime ceda davvero, non basta colpirlo: bisogna convincere chi è rimasto al potere di non poter più tenere il paese insieme. Le perdite infrastrutturali e umane dovranno raggiungere una soglia tale da far percepire le zone di confine come fuori controllo — esposte a spinte centrifughe interne, aperte a chi vuole destabilizzare dall’esterno. Solo a quel punto il sistema potrebbe iniziare a guardarsi dentro invece che fuori.

Quando l’Iran avrà subito questo prezzo, inflitto dai suoi nemici — il piccolo Satana e il grande Satana — solo allora sarà disposto a consegnare la sua egemonia regionale agli alleati degli Stati Uniti. Ma adesso l’Iran, come nel suo deserto montuoso del Dasht-e Lut, deve aspettare la fine della tempesta, proteggersi e diligentemente osservare intorno.

Il Medio Oriente ci ha insegnato che chi attacca per primo non sempre vince la guerra.

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