La miseria umana e la catarsi mediante il Diritto 

Quasi 40 anni or sono, l’amico, collega e maestro, Luigi Terrinoni, nel criticare e non condividere l’obiettivo della mia prima pubblicazione “Ricercare e riaffermare la Verità ed il Valore, assoluti ed eterni, del Diritto”, mi ricordava che “…il diritto è cosa tremendamente umana” e che il grande Ugo Betti, “prima magistrato e poi drammaturgo, in una commedia fa comparire spontaneamente in istruttoria le vittime di un disastro colposo che al Giudice, che chiede quali siano le loro riven dicazioni rispondono: pietà, pietà, pietà…

Così il collega Luigi mi invitava ad avere… “pietà per la condizione umana ristretta nel diritto, per questa grandiosa e fuggevole comparsa degli uomini nella storia dell’Uomo”, mentre “gli Dei, senza distinzione, stanno a guardare”, e “… di considerare il mondo così com’è, lasciando ai religiosi, agli artisti il compito stupendo, di ipotizzare paradisi perduti o Gerusalemme celesti…”. 

Questa volta, segnato e maturato da una quarantennale esperienza professionale forense, non farò cadere il vecchio invito di Luigi, dandogli, anche se in ritardo, solo parzialmente ragione,  

Nel presente lavoro, non chiuderò le porte alla sofferenza umana, non disconoscerò il dolore quale costante componente della esperienza giuridica, ma, nello stesso tempo, continuerò con incrollabile convinzione a sostenere che il Diritto, attraverso il compimento del Dovere, ci disvela la sua Natura la Giustizia, e la Natura Umana, nascosta nelle maglie delle miserie e, spesso cattiverie quotidiane. 

Se il Diritto, come sempre sostenuto, è azione ovvero relazio ne tra azioni, non possono essere obnubilati il sangue e/o la carne e/o le lacrime dei soggetti, in un modo o nell’altro, protagonisti di questa attività di strutturazione delle relazioni tra le azioni umane. 

La disperazione della vittima; il dolore per la perdita delle perso ne più care; gli sforzi, i costi, gli eventuali danni della investigazio ne pubblica e privata; lo sconcerto per la carcerazione preventiva; la distruzione morale e materiale del presunto reo, mai presunto innocente. 

Nell’attuale società mediatica più si legifera a tutela della privacy e più si fa, contestualmente e concretamente, scempio della riservatezza e della dignità delle persone, annientate dalle comunicazioni globali di massa. 

Tutte le criticità, sopra sommariamente descritte, nell’era attuale, sembrano addirittura aspetti preponderanti della cronaca giudiziaria, se non vogliamo dire, più elegantemente, della vita concreta del Diritto. I più grandi letterati della Storia, intorno a vicende e contrapposizioni processuali, hanno consegnato all’Umanità intera capo lavori d’arte, di scrittura e di cinema, e per queste vie il Diritto si è calato, ovunque, tra le miserie, le debolezze degli Uomini, per contribuire all’educazione e al miglioramento della vita dei popoli, missione insostituibile e naturale di ogni Operatore del Diritto. Certo, non per spirito di polemica, ma va detto.  

La tensione morale e il risultato pedagogico delle opere d’arte collegate a vicende giudiziarie, come, ad esempio, “Il Conte di Montecristo”, nulla hanno in comune con le ricostruzioni delle vicende processuali narrate quotidianamente in note trasmissioni televisive del tutto prive di tensione morale e, spesso foriere di disastrosi effetti pedagogici nonché, spesso di danni patrimoniali e non patrimoniali inferti a personaggi reali, invischiati, loro malgrado, in vicende più grandi di loro. 

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Le miserie e le debolezze degli Esseri Umani e delle loro leggi sono realtà concrete nel divenire quotidiano della esperienza giuridica. 

L’Operatore del Diritto, se è cosciente della propria missione deontologica, di avvicinare alla Verità del Diritto il Diritto positi vo dell’Ordinamento in cui opera, sente soffrendo la distanza tra il profumo, la purezza dei Valori Eterni nei quali si informa il Diritto e le nefandezze, che, spesso, in nome di quei Valori melius per contrastare gli stessi, vengono realizzate anche dagli stessi Operatori. 

Se quanto sopra detto, è immensamente vero, caro Luigi, però, dovunque Tu ora sia, devo dichiararti che non lascerò “ad artisti e/o religiosi la Gerusalemme Celeste”. 

Il Valore e la Verità del Diritto, eterni ed immortali, sono gli obiettivi non solo della nostra professione, ma anche e soprattutto della nostra Esistenza, in quanto Avvocati fedeli alle tradizioni. 

Caro Luigi, vorrei che rammentasti che quel “senso di appartenenza”, fonte ed energia per realizzare la nostra professione quotidianamente, che io ho ricordato in precedenti pagine di questa pubblicazione, veniva richiamato spesso da un Presidente dell’Ordine, nostro comune amico, perfetto nella sua funzione, tanto quanto non amato dai riti della democrazia. 

Lo stesso Presidente che, nella prefazione di un’altra mia pubbli cazione, ricordava “la missione di formazione etica” che avevo assunto, specie nei confronti dei Giovani, che si avviano alle professioni giuridiche, avendo ”l’onore e la responsabilità (allora), da Consigliere dell’Ordine, di guidare, quella che, Lui chiamava “l’eletta schiera”. 

Il senso di appartenenza ad una eletta schiera, e la forza della missione etica che ne deriva, consegna all’Avvocato l’obbligo, anzi, più decisamente, il destino di trarre dalle miserie e dalle tribolazioni delle vicende umane, spesso orrendamente criminali, lo Spirito del Diritto, la sua Verità (la Giustizia) ed il Suo Valore (il Dovere). 

L’Avvocato, peraltro, ben può dirsi che, tra tutti gli Operatori del Diritto, più di ogni altro, nell’esercizio della Sua ordinaria funzione, anche e soprattutto nella Difesa del più abietto crimi nale, deve essere in grado di trarre lo Spirito del Diritto dalle dolorose e/o criminose vicende umane, applicando il Diritto in funzione di purificazione e di emenda, per realizzare quello che possiamo definire la catarsi mediante il Diritto. 

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Carlo Alberto Cobianchi, pioniere della Deontologia forense, con quella fresca ed intelligente ironia, che tanto ricorda il suo Allievo ideale, il conterraneo, animatore dell’Agifor genovese, mio amico Aurelio Di Rella, ci ricordava che “se si dovesse attendere alla definizione di Victor Hugo, per cui il soldato è l’uomo che ammazza, il sacerdote è l’ uomo che mentisce, anche l’Avvocato sarebbe l’uomo che si incanaglia. 

 Ma come, invece, il soldato è l’uomo che difende i confini della patria, il sacerdote è l’uomo che consola ed aggiusta le anime, così l’Avvocato è l’uomo che difende, senza macchiarsi la toga al contatto dei fatti di cui si occupa, le persone che avvicina”.  

In questa prospettiva l’indimenticabile Alfredo De Marsico ci ricorda che”la Toga è una fortezza che un fossato profondo separa dalla vita e nella quale l’avvocato ha il diritto di difendere la propria sovranità con tutte le armi, da qualsiasi potere, poiché l’Avvocatura è il segno imperituro della difesa dell’individuo libero”.  

Fulgido ed immortale esempio di senso di appartenenza, di adesione alla cultura giuridica e deontologica, fondata sul valore dell’indipendenza. 

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Torniamo all’ “Avvocato” di Cobianchi. 

Egli ci avverte che gli Avvocati debbono difendere gli accusati anche nel caso in cui hanno avuto direttamente da essi la confessione confidenziale della loro reità. 

Secondo alcune leggi germaniche nessun avvocato poteva sottrarsi all’obbligo della Difesa col pretesto di non trovare nulla da proporsi all’accusa. 

Una legge ginevrina imponeva all’avvocato di giurare che non avrebbe consigliato alcuna causa che non sembri giusta, “a meno che si tratti della difesa di un accusato”. 

È inutile, appesantire il discorso con miriade di citazioni equipollenti. 

Per la tradizione, la consuetudine e la legge forense “…davanti alla giustizia punitiva, il giurista ligure affermava che ”…il patrocinio di una causa cattiva è legittimo ed obbligatorio…”. 

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L’Avvocato, armato di Toga e riparato dalla Toga ovvero forte del proprio senso di appartenenza al propio subOrdinamento deontologico può esplorare, senza infangarsi, i più bassi livelli degli inferi delle azioni e dei sentimenti umani. 

Egli potrà così cogliere gli elementi necessari e sufficienti di una strategia difensiva che dia senso giuridico, comprensione sociale, dimensione umana ai comportamenti preprocessuali ed extra processuali delle parti.  

Alla fine, sarà indifferente l’esito dell’agone giudiziario, la vittoria e/o la sconfitta della parte patrocinata. 

L’obiettivo da raggiungere, con l’impegno profuso in colla borazione con gli altri Operatori, coinvolti nella vicenda, infatti, è la giuridicizzazione del fatto, il ristabilimento dell’equilibrio all’esito di un procedimento in contraddittorio, una ragionevole sentenza, e/o l’applicazione di una proporzionata sanzione, per ristabilire l’Ordine Giuridico 

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Finita una storia, ne comincia un’altra

La vita continua sotto il Sole del Diritto, che non si appanna mai. È quel processo, quello scorrere di energie spirituali, intel lettive e/o fisiche, che consente la rigenerazione, la purificazione, quella che in modo più pregnante, nella filosofia e nella scienza, viene chiamata catarsi. L’arte ed il lavoro dell’Avvocato concor rono per consentire al Giudicante di dare un volto giuridico anche agli eventi ed alle persone più turpi. Rigenerato dall’appli cazione del Diritto, ogni essere umano è chiamato a tornare nelle Istituzioni e nell’Ordinamento a cui appartiene, a riprendere la propria esistenza nella relazionalità perfezionante che carat terizza la Natura umana. 

Questo ritorno è ciò che comunemente è chiamata riabilitazione. 

In questa prospettiva, anche questo morfema (riabilitazione) ha senso e significato monosemico (ritorno alla vita dell’Ordi namento, alla Istituzione, alla Comunità a cui si appartiene)

Non à concessione di tempo e modo per esercitare il proprio libero arbitrio, ma pretesa dell’Ordinamento, dovere tra i doveri, obbedienza alla strutturazione dell’azione. 

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