Conclusioni

È l’epoca dell’angoscia, della paura dell’annientamento, dello stravolgimento di ogni relazione, dell’intolleranza violenta ed omicida.  

Tutto ciò é sufficiente per convincermi dell’utilità del presente libello che non vuole essere un mero elenco di concetti e di no zioni, ma ha l’ambizione di riscoprire le loro funzioni ed il loro originale ed originario significato nell’ambito della dura realtà della esperienza umana. 

Sento, già fischiare, i colpi dell’indifferenza e della discrimi nazione. 

Nell’era dell’intelligenza artificiale, a molti apparirà inutile ogni contributo tradizionale per capire e ritrovare sé stessi, per realizzare la Natura e la Libertà ovvero la relazionalità e le po tenzialità spirituali e fisiche degli esseri umani. 

Niente di più errato!  

L’esperienza giuridica, è noto, spesso sorge dalla vergogna, dalla miseria, dalla inettitudine, dalla crudeltà dell’agire umano, e, si è affermato, ha una valenza catartica. 

La scienza, la tecnica, la telematica, il mercato globale, la stessa IA, non sono strutturati per dare risposta alla più fonda mentale delle domande: perchè siamo qui, perchè ci affanniamo, perchè soffriamo e/o ci esaltiamo, perchè…, perchè…, perchè…  

Davanti ai perché abbiamo due vie: o come gli struzzi, met tiamo la testa sotto la sabbia, ovvero sotto i problemi dell’esi stenza, in un atteggiamento di rifiuto di comprensione e di chiusura suicida, oppure diventiamo un pò filosofi con lo spirito, già menzionato, degli eroi arturiani. Poichè ognuno di noi ha un Graal da cercare per dare un senso all’esistenza e alla libertà che ci contraddistingue dagli altri esseri viventi del pianeta.

Io ho scelto e sto tentando di realizzarmi lungo la seconda via. Usando i carismi dati, per così dire, dal cielo, e le potenzialità maturate in decenni di attività professionale, per reagire al clima nichilista che aleggia, ho ricercato e riaffermato il perchè del l’esperienza giuridica, della Giustizia (Natura e Verità del Diritto) e del Dovere (Valore del Diritto). 

A quasi dieci anni dalla mia ultima pubblicazione, la risposta al perché del Diritto, questa volta, l’ho cercata, e, ritengo di averla ribadita, e forse , con tutti i miei limiti, ritrovata nei concetti – base della esperienza giuridica che ho denominato Morfemi: termine mutuato dalla linguistica e dalle indimenticabili pagine del Prof. Vittorio Frosini.  

Il linguaggio è la struttura che consente alla Natura umana di esserci, all’Io di aprirsi all’Altro, di relazionarsi per superare la propria difettività, utilizzando uno dei più preziosi doni del Creatore: la parola. 

Senza la parola Tamquam non esset non solo la Natura Umana, ma anche la Libertà di ogni Essere umano quest’ultima identificata come il: complesso della ragione, della volontà e dei i senti menti, delle emozioni e delle energie di ogni essere umano.  

Il linguaggio è strutturato come una serie di regole che nascono dal movimento delle parole e che si cristallizzano nel tempo, dandosi un sistema di apprensione e diffusione universale. 

Se il Linguaggio consente l’esserci della Natura e della Libertà umana attraverso la parola, il Diritto, che si costruisce con un analogo processo di strutturazione, consente di realizzare la stessa Natura e Libertà attraverso l’azione. 

Parole e azioni sono gli elementi essenziali dell’esistenza umana nella prospettiva relazionale di armonia e di messaggio, universalmente riconoscibile, per il superamento della difettività individuale e/o collettiva.

Riconoscere un morfema nell’esperienza giuridica, ovvero un concetto monosemico all’interno di un Ordinamento giuridico assume significato nel processo di formazione sia della norma giuridica sia dell’istituto fonetico connesso all’azione strutturante della prassi. 

In sintesi i morfemi evidentemente monosomici, in quanto universalmente riconoscibili, consentono l’attività di struttura zione delle relazioni tra le azioni umane in cui consiste il Diritto, 

Rebus sic stantibus, tra il linguista ed il giurista non può esserci alcun iato. 

Come già affermato nell’introduzione, il musicista ricerca l’armonia dei suoni, così, il linguista ricerca l’armonia delle parole e il giurista ricerca l’armonia delle azioni. 

Come sempre ho sostenuto, il Diritto è azione, melius è strutturazione delle relazioni delle azioni, ma senza le parole sarebbe inesistente nel consesso umano. 

Parole cristallizzate in formule sacre o nei dettami del Legislatore e/o del Giudice e/o nell’arringa o nelle note scritte del Difensore. 

Il Diritto, tutta l’esperienza giuridica, deve trovare coerenza tra parole e azioni. 

Le parole non devono tradire senso e significato dell’azione che esprimono, né l’azione deve utilizzare le parole (i morfemi) per fini diversi da quelli riconosciuti dalla spontanea e secolare attività di strutturazione. 

Se, per i più disparati interessi, parole e azioni vengono traditi non ci sarà Giustizia, nè sarà realizzabile la catarsi, come sopra descritta, 

E qui ritorna lo scopo naturale, la funzione strutturale del Di ritto che gli Operatori nel mondo della Giustizia hanno l’obbligo di salvaguardare, in osservanza delle norme deontologiche, al l’interno del proprio sub-ordinamento deontologico. 

La ricerca della Verità del Diritto e la tutela della Giustizia ri chiamano sia l’impegno di ogni Giurista per ricostruire l’Ordine Giuridico sia il Dovere dei Doveri di ogni Essere Umano, riassumibile nel pensiero dell’Eterno Arpinate per il quale “bisogna, dunque, rispettare e conservare con ogni mezzo la giustizia, come per se stessa (ché altrimenti non sarebbe giustizia), così anche perché essa accresce il nostro onore e la nostra gloria…”, nella consapevolezza che “...gli uomini furono generati per il bene degli uomini, affinchè possano giovarsi l’un l’altro a vicenda…, noi dobbiamo seguire come guida la natura, mettendo in comune le cose di utilità comune e stringendo sempre più i vincoli della società umana con lo scambio dei servigi, cioè col dare e col ricevere, con le arti, con l’opera, con gli averi”, (M. T. Cicerone, Dei doveri, Zanichelli, Bologna 1958, pp. 197-39).

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