Cosa significa reggere l’urto senza perdere lucidità

C’è un’idea cinica, tipica dei film thriller e polizieschi, ma diffusa anche nella realtà, dove nei contesti più duri sopravvive chi si indurisce. E non è solo un modo di dire. Quando il rischio è reale, la pressione è costante e il giudizio degli altri taglia, la durezza diventa una strategia: meno senti, meno vacilli, più reggi. Il problema è il prezzo. Perché indurirsi troppo non ti salva: ti deforma.
“Indomita” è il titolo del libro in cui l’Avv. Civita Di Russo narra la sua esperienza di avvocato penalista nella difesa di collaboratori e testimoni di giustizia, lungo una traiettoria professionale che attraversa processi antimafia, aule bunker, solitudine e conflitto.
Il punto, però, è capire cosa si può imparare da questa esperienza: come si fa a reggere l’urto senza perdere lucidità e senza buttare dignità e misura nel cestino.
“Indomita” racconta che la vera tenuta non coincide con l’inaridimento. La tenuta è riuscire a stare nel conflitto senza perdere lucidità, dignità e misura, soprattutto quando ti trovi a lavorare con le figure più controverse del sistema giudiziario: i collaboratori di giustizia.
Il cuore del libro sta in un terreno che fa tremare chiunque abbia il senso delle sfumature: la relazione con i collaboratori di giustizia, i “pentiti”.
Difenderli – o lavorare con loro – è una prova a tre strati.
Primo strato: il rischio. Non quello astratto, ma quello concreto, quotidiano, che ti costringe a misurare parole, spostamenti, abitudini.
Secondo strato: lo stigma. Non come tema esplicito del libro, ma come elemento che circonda questo ruolo: l’avvocato dei pentiti può essere guardato con sospetto da chi vorrebbe una giustizia “pulita”, lineare, senza compromessi, come se lo Stato potesse combattere sistemi criminali chiusi senza mai sporcarsi le mani con la complessità.
Terzo strato: la materia umana. Perché un collaboratore può dire la verità e mentire nella stessa frase; può essere utile e tossico insieme; può cercare salvezza, vendetta, sconto di pena, o tutte queste cose contemporaneamente. Se ti fai affascinare o ti fai disgustare, hai già perso.
Qui sta il punto: reggere l’urto significa non farsi trascinare dalle storie. In situazioni così è facilissimo: una versione raccontata bene sembra automaticamente quella giusta, perché è lineare, rassicurante, ti dà un colpevole e una morale. Ma la realtà è più complicata, e la giustizia non può permettersi scorciatoie. “Indomita” è soprattutto questo: controllare, verificare, non dare nulla per scontato. Mettere insieme i pezzi, fare attenzione ai dettagli, accorgersi di ciò che non torna. E restare lucidi anche quando le emozioni spingono a scegliere in fretta una spiegazione “comoda”, che poi – più avanti – può crollare.
Poi c’è la dignità. Parola inflazionata. Qui, invece, ha un significato operativo: dignità è non scendere di livello quando il contesto ti invita a farlo. È non usare la stessa logica del nemico – manipolazione, intimidazione, ricatto – “perché tanto lo fanno tutti” o “perché la causa è giusta”. È non trasformare la lotta in un’identità totale, perché quando la lotta diventa identità smetti di vedere: vedi solo nemici, traditori, conferme. E la lucidità muore.
A dare peso a questo discorso c’è anche il costo personale. In una recente intervista, Di Russo racconta che per anni le minacce erano “all’ordine del giorno” e che è stata a lungo sotto scorta.
La parte più interessante, per chi legge tra diritto e cultura, è questa: “Indomita” racconta una forma di leadership che non cerca clamore. Non è la forza del gesto eclatante: è la continuità. È la capacità di reggere nel tempo senza teatralizzare il rischio, senza farne un trofeo, senza cadere nell’eroismo di facciata. In altre parole: è coraggio puro trasformato in routine. Che è l’unico modo realistico per non bruciarsi.
Alla fine il libro lascia una lezione che va ben oltre il penale e le mafie. Anche nelle istituzioni e nei contesti professionali ad alta pressione l’urto esiste: può essere delegittimazione, isolamento, svalutazione delle competenze, conflitto permanente, gioco di potere informale, pressione a decidere “subito” e male. Reggere l’urto, lì come altrove, non è stringere i denti. È tenere insieme rigore e misura, fermezza e controllo, conflitto e lucidità. È metodo, non posa.
E oggi, di metodo, se ne vede poco: tutti parlano di resilienza, pochi la praticano davvero.
“Indomita”, senza prediche, mostra come si fa.