La merce come intrattenimento

In Parigi. La capitale del XIX secolo di Walter Benjamin, al lettore accade d’imbattersi in alcune pagine dedicate ai passages (passaggi coperti e gallerie) che vennero realizzati nella capitale francese a partire dagli anni Venti dell’Ottocento impiegando soprattutto strutture metalliche e coperture di vetro. Posti in prossimità dei teatri e dei grandi boulevard, sulla riva destra della Senna, i passages parigini divennero fin da subito il simbolo di una città ricca, scintillante, moderna: “Le gallerie sono un centro del commercio di articoli di lusso. Nel loro arredamento l’arte entra al servizio del commerciante. I contemporanei non si stancano di ammirarle. Esse restano ancora, per molto tempo, un centro di attrazione per gli stranieri”.

La successiva apertura, sempre a Parigi, nel 1852 del primo Grande magazzino, Au bon marché, cui fece seguito l’invenzione delle vetrine nei primissimi anni del Novecento, ebbero come effetto quello di rafforzare il legame tra la produzione e l’esposizione delle merci, agevolando l’acquisto anche di beni non strettamente necessari (o beni secondari). Rafforzamento e agevolazione che, come ricordato anche da Remo Bodei nella Vita delle cose, ricevettero ulteriore spinta dall’invenzione negli anni Trenta del Novecento, negli Stati Uniti, del carrello dei supermercati. Poi, la diffusione della società dei consumi e dell’industria culturale, la nascita delle televisioni commerciali (in Italia negli anni Ottanta) con le loro televendite, la diffusione mondiale dell’uso di Internet, hanno reso ininterrotta e ubiqua la presenza delle merci nell’esistenza degli individui. 

In quest’ottica, la creazione di piattaforme digitali che offrono un servizio d’intrattenimento (entertainment) per adulti tramite abbonamento, come OnlyFans e Fansly, deve essere interpretata sia come l’estremo approdo della visibilità riconosciuta e accordata alle merci sia come il compimento (nichilistico) del capitalismo. La piattaforma digitale, infatti, diviene un moderno scaffale, vetrina, schermo televisivo, depurati, però, da ogni residuo di pesante e spigolosa materialità. A trionfare è la levigatezza, quella che Byung-Chul Han nella Salvezza del bello giudica “Il segno distintivo del nostro tempo”. Una levigatezza che né ferisce né ingombra. Sono ormai lontani i tempi nei quali la vendita di beni, prodotti e servizi raggiungeva il telespettatore attraverso gli spessi schermi di voluminosi televisori a tubo catodico, che sembravano reclamare uno spazio nell’ambiente domestico tutto per loro e che, in particolare, parevano voler restituire e suggerire interamente la pesante concretezza materica di quadri, attrezzi da cucina, materassi, gioielli, tappeti. Oggi tutto si è fatto piatto e liscio, si tratti del vetro di uno smartphone, di un computer, di un televisore. Nessun ingombro o resistenza alcuna traspare, solo leggerezza ed evanescenti immagini di cose e di corpi.

Vero è che anche quest’ultima espressione – “immagini di cose e di corpi” – nel corso del Terzo millennio ha conosciuto a livello di significato una trasformazione analoga a quella subita dal punto di vista tecnologico dai televisori, passati dalla profondità del modello catodico allo spessore contenutissimo del modello a schermo piatto. E proprio in questa metamorfosi io colgo a livello simbolico il compimento (nichilistico) del capitalismo. 

L’espressione “di cose e di corpi”, infatti, deve essere correttamente intesa come un’endiadi. I due sostantivi, che la congiunzione “e” presenta grammaticamente coordinati, e dunque sullo stesso piano, in realtà si trovano in un rapporto di subordinazione ed esprimono un concetto unitario.  Immagini “di cose e di corpi” equivale, quindi, a immagini di “cose di corpi”, di “cose formate da corpi”, di “cose corporee”. Cose che, naturalmente, all’interno della società dei consumi nascono già morte, destinate come sono, fin dall’inizio, a invecchiare il più in fretta possibile, così da poter venire scartate, gettate, sostituite. 

Uno spettacolo di “cose di corpi”, “cose formate da corpi”, “cose corporee” è l’intrattenimento per adulti che i “creatori” propongono a pagamento agli utenti sulle piattaforme digitali, dove giovani e giovanissimi si espongono al solo fine di vedere accrescere il proprio valore espositivo. Pubblicizzare l’intimo e il privato è considerato ormai il modo più rapido e più facile per ottenere successo, guadagno, notorietà. Ci si spoglia e si esibisce la propria nudità (quella del corpo, dei pensieri, dei sentimenti) non perché si è famosi, come avveniva su rotocalchi e riviste ancora negli anni Novanta del secolo scorso (si pensi a Playboy), ma per diventare famosi, come accade oggi a quelli che con Nietzsche potremmo chiamare “strombazzatori di strada e altre farfalle”. 

Su OnlyFans e Fansly non si tratta semplicemente di vendere un prodotto, si è il prodotto. Colui che vende una cosa, infatti, coincide integralmente con la cosa stessa, saltando ogni mediazione o intermediazione umana. Di conseguenza, promuovere equivale a promuoversi, reclamizzare corrisponde a reclamizzarsi, vendere è vendersi, ed è farlo in una condizione di nudità assoluta che non suggerisce liberazione o autenticità, evocando, piuttosto, la ghiacciata solitudine di chi ha smarrito ogni legame di natura non strumentale con gli altri e con la propria sessualità: nulla per lui ha più dignità e tutto ha un prezzo. Neppure la pasoliniana categoria di degradazione antropologica, impiegata in relazione alla società dei consumi, appare ormai adeguata a dare conto di una tale reificazione dell’uomo e di una tale mercificazione del corpo.

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