L’incidente alle Olimpiadi
Otto febbraio, Cortina d’Ampezzo. Lindsey Vonn è partita lo stesso. Con un legamento crociato lesionato il 30 gennaio in Svizzera, il parere contrario di molti medici e un ginocchio protetto da un tutore, la campionessa americana ha scelto di presentarsi comunque al cancelletto delle Olimpiadi. Una decisione che ha fatto discutere più dei tempi sul cronometro: non la rincorsa a una medaglia, ma la volontà di chiudere la carriera su una pista che per lei ha sempre avuto il sapore di casa.
«Quando Lindsey decide qualcosa non esiste il dubbio», ha raccontato la sorella in quei giorni. «Puoi dirle che è impossibile, ma lei trova comunque il modo di provarci».
Lindsey Caroline Vonn, nata a Saint Paul, Minnesota, il 18 ottobre 1984, sa bene cosa significa vincere. Quattro Coppe del Mondo di Sci Alpino (2008, 2009, 2010 e 2012), l’oro olimpico nel 2010 proprio nella discesa libera, e negli anni successivi una valanga di premi di rilevanza mondiale. Scende a tutta velocità sulle piste internazionali da un quarto di secolo. In totale: 14 medaglie nello sci alpino e 145 podi in Coppa del Mondo.
Molti medici si erano esposti sostenendo che non fosse in grado di gareggiare. I legamenti in quelle condizioni non avrebbero potuto sopportare velocità di 120 km/h, e nemmeno una massa muscolare sviluppata come quella della Vonn sarebbe bastata a reggere sollecitazioni così estenuanti.
Ma la pedana della pista da cui è scesa l’8 febbraio doveva essere il suo destino. La pista olimpica delle Tofane: lì aveva raccolto ben 12 vittorie in tutte le categorie dello sci alpino, e dopo otto anni dall’ultima medaglia olimpica a PyeongChang, non ci sarebbe potuta essere occasione migliore per un’ultima gara.
Cortina, la pista del destino
Il legame tra Lindsey Vonn e l’Olympia delle Tofane di Cortina è sempre stato insieme tecnico e simbolico. Una pista esigente, veloce, con muri ripidi e lunghi tratti di scorrimento che premiano chi ha coraggio. Esattamente il tipo di sciata che l’ha sempre caratterizzata: linee dirette, corpo compatto, minima dispersione di velocità. Cortina è diventata una delle sue tappe più favorevoli in Coppa del Mondo, teatro di vittorie e di rientri dopo gli infortuni. Più che una semplice gara, una sorta di pista “di casa”.
Così ha stretto i denti, con anche l’altro ginocchio protetto da un tutore per un vecchio infortunio. Per lei è naturale non scoraggiarsi, conoscendo bene qual è il limite fisiologico del suo corpo. Dal 2019 al 2024 non ha potuto gareggiare a causa di un’artrite cronica al ginocchio destro, ma grazie a una protesi e cure mirate è riuscita a riprendere gli allenamenti per prepararsi a Cortina.
La mattina dell’8 febbraio è salita sulle montagne del Tofane per riscrivere la sua storia.
Velocità pura e una carriera ai limiti
Lo stile di Lindsey Vonn si può condensare in poche parole: velocità come principio assoluto. Non la curva più bella, ma la linea più efficace, quella che le permetteva di andare dritta verso valle senza perdere scorrimento. A velocità altissime manteneva il corpo compatto e stabile, evitando movimenti inutili. Più che cercare il gesto spettacolare, puntava alla continuità: tenere sempre alta la velocità media e lasciare che fosse il cronometro a parlare.
La leggenda è iniziata quando aveva appena imparato a camminare e suo nonno la portava in montagna sugli sci. Era veloce come una sciatrice provetta, e dopo qualche anno scendeva giù per le piste come una saetta. I sacrifici furono ripagati presto: si qualificò per la Coppa del Mondo di sci con la squadra USA a soli sedici anni, nel 2000. Da lì partì una serie di gare che la consacrarono come sciatrice di livello mondiale.
Tredici secondi. Tanto è durata la sua ultima Olimpiade. Un lieve scontro con una porta, il ginocchio che non ha retto, il crociato che ha completamente ceduto. L’elicottero se l’è portata via sotto gli occhi di migliaia di spettatori. Voleva chiudere a Cortina, e così è stato – ma non come sperava.
Dal letto d’ospedale non prova rammarico. Se c’era anche solo una minima possibilità doveva prenderla. Doveva far vedere al mondo che a 41 anni ce l’aveva fatta per davvero, che era tornata alle Olimpiadi. Ai suoi tifosi ha detto che tutto questo fa parte di qualcosa di più grande. Il futuro? Lei ci crede ancora.