Trent’anni di storie che hanno cambiato il cinema
Quando pensiamo a Pixar, ci vengono in mente scene che portiamo dentro da anni: Woody e Buzz che litigano sul letto di Andy, Marlin che attraversa l’oceano per ritrovare suo figlio, l’anziano Carl Fredricksen che lega migliaia di palloncini alla sua casa. Sono immagini che appartengono ormai alla memoria collettiva, come certi fotogrammi dei classici Disney o le scene cult dei film di Spielberg.
Le storie prima della tecnologia
Lo studio californiano ha riscritto le regole dell’animazione senza mai perdere di vista quello che conta davvero: le storie. Quando nel 1995 uscì Toy Story, nessuno aveva mai visto un film d’animazione fatto interamente al computer. La novità tecnologica era evidente, ma quello che rimase impresso fu altro: l’amicizia tra due giocattoli gelosi, la paura di essere dimenticati, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza visto attraverso gli occhi di chi viene lasciato indietro.
Da lì in poi sono arrivati Monsters & Co., Nemo, Gli Incredibili, Ratatouille, WALL•E, Up. Film diversissimi tra loro, eppure legati da un filo comune: la capacità di parlare ai bambini senza trattarli da stupidi e di commuovere gli adulti senza risultare patetici.
La visione imprenditoriale
Dietro questo percorso c’è stata una figura che con il cinema aveva poco a che fare : Steve Jobs. Quando comprò Pixar da George Lucas nel 1986, lo studio era poco più che un laboratorio di ricerca informatica. Jobs ci credette quando quasi nessuno lo faceva, investì soldi suoi, aspettò anni prima di vedere un ritorno economico. Quella testardaggine visionaria diede ai creativi il tempo e lo spazio per costruire qualcosa di unico. Senza quel margine di manovra, probabilmente oggi parleremmo di Pixar come di un esperimento fallito.
Da studio indipendente a colosso globale
L’acquisizione da parte di Disney nel 2006 poteva sembrare la fine di un’epoca. Invece si è rivelata una mossa geniale: 7,4 miliardi di dollari che nel giro di pochi anni sono diventati un affare straordinario per entrambe le parti. Ma al di là dei conti economici, quello che conta è che Pixar ha continuato a fare quello che sapeva fare meglio.
Perché alla fine i numeri raccontano solo una parte della storia. Il cinema come rituale, come momento in cui ci si ritrova.
Storie più intime, emozioni più profonde
Negli ultimi anni lo studio ha scelto di raccontare storie diverse, meno spettacolari forse, ma non meno profonde. Soul parla di un musicista jazz che finisce in una dimensione ultraterrena e scopre che forse ha passato la vita a inseguire il sogno sbagliato. È un film sull’accettazione del fallimento, sulla ricerca di senso, su quanto sia difficile capire chi siamo davvero. Non è roba da bambini, o almeno non solo.
Red affronta l’adolescenza attraverso una ragazza che si trasforma in un panda gigante ogni volta che si emoziona troppo. Sembra una metafora facile, invece funziona benissimo: parla del rapporto complicato con i genitori, delle aspettative culturali, di quanto sia faticoso crescere quando tutti si aspettano che tu sia in un certo modo.
Luca, ambientato in una Liguria immaginaria anni Cinquanta, racconta l’estate di due creature marine che vogliono vivere sulla terraferma. Sotto l’apparenza leggera c’è un discorso serio sulla diversità, sulla paura di essere scoperti, sul bisogno di essere accettati per quello che si è. Ha un’atmosfera nostalgica, quasi malinconica, che ricorda certe estati dell’infanzia quando tutto sembrava possibile.
Il rapporto con Disney e la fase dello streaming
Nel frattempo il rapporto con Disney Animation si è evoluto. Non sempre in modo lineare: ci sono stati progetti meno riusciti, sperimentazioni che non hanno funzionato, ma anche film come Oceania e Zootropolis che hanno mostrato quanto le due realtà possano contaminarsi positivamente. John Lasseter prima direttore artistico di Pixar e poi di Disney Animation , prima di lasciare, ha contribuito a diffondere il metodo Pixar anche dentro Disney: revisioni continue, sceneggiature riscritte decine di volte, collaborazione vera tra i reparti.
Poi è arrivata la pandemia e tutto è cambiato di nuovo. Disney+ ha accelerato una trasformazione che era già nell’aria: molti film Pixar sono finiti direttamente in streaming, saltando le sale o passandoci per pochi giorni. Dal punto di vista economico la scelta aveva senso: meno costi di marketing, maggiore controllo sulla distribuzione. Ma qualcosa si è perso per strada. Vedere un film in casa non è la stessa cosa che vederlo al cinema, circondati da altre persone che ridono, si commuovono, trattengo il fiato insieme a te.
Il ritorno al grande schermo
Dopo la guida di Bob Iger e ora Johs D’Amaro alla guida di Disney la strategia sta cambiando, sembra esserci l’intenzione di riportare Pixar nelle sale in modo stabile. Non è solo una questione di incassi: è recuperare quel valore simbolico che il cinema aveva sempre avuto, quel momento di condivisione che lo streaming non può replicare.
Guardando avanti, la sfida resta quella di sempre: continuare a raccontare storie che valgano la pena di essere viste. Storie che parlino a tutti, che facciano pensare senza annoiare, che emozionino senza essere sdolcinate. Se Pixar riuscirà a farlo anche nei prossimi trent’anni, resterà quello che è stata finora: non solo una casa di produzione, ma un pezzo della nostra cultura condivisa.