Non chiamatemi Principessa

Tre generazioni di donne, una famiglia reale: come recita il sottotitolo, il libro attraversa  la vita e la personalità di tre generazioni di donne, in un appassionante percorso storico biografico di una delle linee genealogiche dell’ultima famiglia reale persiana. 

di Yassmin Pucci 

(Editoriale Le Lettere – Firenze, 2025).  

Provate ad immaginare un salto in un passato fiabesco, fatto di regge imperiali, di corti e dame  di compagnia, di potere illuminato e di congiure oscure, dove le redini di un cavallo turcomanno  nella parata della storia siano rette da una donna, tanto influente sul  

Sovrano quanto magnanima verso il proprio popolo e fautrice di progresso sociale, di parità di  genere, di emancipazione femminile, di laicità dello Stato.  

Provate ora a raccontare quella stessa fiaba tenuto conto degli eventi che hanno visto un  impero millenario come quello persiano passare attraverso i decenni, tra luci ed ombre, dai fasti  reali e dalle riforme sociali di stampo occidentale della dinastia Pahlavi (l’ultima dopo circa 2500  anni) fino all’oscurantismo della rivoluzione islamica dell’Iran dal 1979 ai giorni nostri.  

Ebbene, sono sicuro che neanche la vostra più vivida immaginazione potrebbe squarciare il  velo delle apparenze, quello degli abiti sfarzosi delle cerimonie o delle feste di corte, dietro il  quale si celano le emozioni, i sogni, le intenzioni e la vera personalità di chi, in quel dato  momento storico, abbia avuto il privilegio e l’onere di contribuire alla crescita culturale e sociale  del popolo iraniano (e soprattutto della popolazione femminile) prima che l’integralismo religioso  lo riportasse indietro di secoli.  

Ecco, ora, a squarciare quel velo ci ha pensato Yassmin Pucci, nipote della Principessa Ashraf  Pahlavi di Persia (la sorella gemella dell’ultimo Scià Mohammad Reza Pahlavi), con il suo  romanzo biografico “Non chiamatemi Principessa”, edito dalla casa editrice “Le Lettere” (2025).  

Come recita il sottotitolo, il libro attraversa la vita e la personalità di tre generazioni di donne in  un appassionante percorso storico-biografico di una delle linee genealogiche dell’ultima famiglia  reale persiana. Un viaggio a ritroso nel vissuto personale di tre donne che, dallo speciale punto  di osservazione dell’Autrice, ne rivela tutta la forza, le contraddizioni e insieme le debolezze,  qualità delle persone “vere”.  

Sullo sfondo, la loro testimonianza sul valore della libertà, della cultura e della piena parità e  partecipazione femminile al progresso sociale, per cui tanto si era battuta, prima che la  rivoluzione islamica ne rendesse vani gli sforzi in Patria, la Principessa Ashraf (che per il suo  stile elegante e il suo carattere indomito venne definita dalla stampa francese come la “pantera  nera”, vera ed ascoltata consigliera dello Scià).  

Lungo lo stesso filo conduttore si collocano però la personalità e lo stile (oltre che la bellezza,  va doverosamente aggiunto) della figlia Farah e della nipote Yassmin. 

Pur essendo nata in Italia nel 1976 ed avendo quindi solo tre anni all’epoca della rivoluzione,  l’Autrice mostra di avere ereditato dalla mamma e prim’ancora dalla nonna – con la quale ha più  tardi condiviso importanti momenti della propria formazione universitaria e professionale a New  York – lo stesso spirito di indipendenza e gli stessi valori (ed esempi) di libertà fondati  sull’impegno, sulla consapevolezza della propria dignità e del proprio ruolo nella vita e nella  società. E la carriera di attrice, sceneggiatrice e produttrice di Yassmin Pucci (ed ora anche  scrittrice), del resto, lo testimonia.  

Una favola vera, dunque.  

Ma come in tutte le favole, non poteva mancare l’elemento del mistero, del dubbio e, in fondo,  anche della morale.  

In primo luogo, il mistero sulle vere origini genitoriali di Farah, solo formalmente adottata dalla  Principessa Ashraf (forse per coprire una verità più imbarazzante per la Corte Reale?) ma  sempre presentata e cresciuta come sua figlia naturale.  

Poi il dubbio, svelato solo alla fine, sull’effettiva paternità della stessa Autrice, che solo di  recente ha scoperto di essere stata Ella stessa adottata (in una sorta di ciclo karmico in linea  diretta).  

E infine la morale.  

In una favola dove la “dignità regale” è caratterizzata dal cuore, dal coraggio, dalla forza  d’animo, dall’onestà intellettuale, dall’amore per la giustizia e per il rispetto, dall’eleganza dei  modi e da quella dello spirito, il titolo di “principessa” deriva dalla genetica “linea di sangue” o,  invece, dall’educazione, dall’esempio, dall’amore ricevuto da chi abbia dedicato la propria vita  alla trasmissione di quei valori? L’Autrice non ha dubbi: “so che il mio papà, colui che mi ha  cresciuta, se glielo chiedessi si getterebbe nel fuoco per me. Non potrei mai ferirlo, né lasciargli  anche solo immaginare che non sia lui la persona più importante della mia vita, insieme a mia  madre e ai miei figli”.  

Perché poi, come in tutte le favole, è sempre l’amore quello che vince.  

E non a caso, come una favola nella favola, il libro si conclude con il racconto della storia  d’amore dei genitori dell’Autrice: “una vita da film”.  

“L’amore ha tante sfumature, è una parola che racchiude milioni di significati”, afferma Yassmin. 

Senza svelarne il finale, di questa meravigliosa “favola” resta un profondo insegnamento: “Non  chiamatemi Principessa”, dice Yassmin. Non ce n’è bisogno, quando un cuore nobile si  presenta da solo.  

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