Era il 22 luglio 2015, poco prima dell’alba, quando la vita di Mario Vardè subì una svolta irreversibile. Carabinieri, Guardia di Finanza e Gico di Roma fecero irruzione nella sua abitazione a Legnano, notificandogli un mandato di cattura per associazione mafiosa aggravata dal “metodo mafioso”. Da quel momento iniziò per lui un percorso giudiziario che si è concluso soltanto oggi, con un’assoluzione piena da parte del Tribunale di Reggio Calabria.Vardè, imprenditore nel settore delle scommesse online con licenza maltese e contratti regolari, viveva una vita ordinaria con la moglie e due figli piccoli. L’inchiesta “Gambling”, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, lo descriveva come la “testa di legno” di una società controllata dalla ‘ndrangheta. Furono arrestati in tutto 51 indagati, con sequestri milionari. Ma il teorema accusatorio non individuò mai una cosca precisa, ipotizzando piuttosto un generico legame con la cosiddetta “ndrangheta unitaria”.Dopo anni di udienze, il Tribunale ha escluso in radice la sussistenza del reato, prosciogliendo l’imputato con la formula “perché il fatto non sussiste”. Una vittoria processuale che arriva però troppo tardi. L’avvocato Tommaso Zavaglia, che lo difende dal 2019, ha definito il procedimento «un calvario giudiziario: dieci anni, quattro processi accorpati, custodia cautelare protratta fino al massimo dei termini. E quando la sentenza arriva, la vita dell’assistito è già distrutta».Vardè racconta il prezzo pagato: attività imprenditoriale azzerata, reputazione compromessa, anni trascorsi lontano dalla famiglia. «Sono entrato in carcere con un figlio di due anni, sono uscito che quasi non mi riconosceva», dice.L’avvocato Milicia, che ha collaborato alla difesa, invita a riflettere sull’uso della custodia cautelare: «Quando un’assoluzione smentisce completamente l’accusa, resta la ferita di anni ingiustamente tolti. È un danno che nessuna formula assolutoria potrà cancellare».
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