Era il 27 luglio 2007 quando a Lugagnano una donna denunciò di essere stata rapinata da due uomini armati. Quella segnalazione, rivelatasi poi infondata, costò la libertà e la vita di un giovane albanese di 21 anni, da allora indicato come il responsabile. L’accusa si fondò quasi esclusivamente sul riconoscimento della presunta vittima, che lo aveva indicato come autore della minaccia con pistola. Arrestato pochi giorni dopo dalla polizia, il ragazzo si dichiarò innocente, sostenendo di trovarsi a casa con la compagna. Nonostante la mancanza di prove solide, venne processato e condannato in via definitiva a sei anni di carcere.L’iter giudiziario fu lungo e doloroso: i parenti che avevano confermato il suo alibi furono accusati di falsa testimonianza, mentre la donna non si presentò mai in aula a deporre. Le sentenze di condanna furono confermate anche in Appello e in Cassazione. Dopo aver scontato la pena, il giovane fece ritorno in Albania, senza però mai rassegnarsi.La svolta arrivò solo con la revisione del processo davanti alla Corte d’Appello di Trento, quando l’avvocato Filippo Castellaneta, nuovo difensore, riuscì a dimostrare l’inconsistenza dell’impianto accusatorio. I tabulati telefonici mostrarono che l’imputato non si trovava affatto a Sona la notte della presunta rapina e che la vittima, che aveva dichiarato di non poter telefonare perché derubata del cellulare, aveva invece effettuato ben dieci chiamate in quelle ore.La Corte pronunciò l’assoluzione con la formula “perché il fatto non sussiste”. A maggio di quest’anno è arrivata anche la liquidazione dei danni per l’ingiusta detenzione. Tuttavia il risarcimento non è ancora stato corrisposto: l’Avvocatura dello Stato ha presentato ricorso in Cassazione, rallentando ulteriormente un iter già durato diciassette anni. Oggi quell’uomo, ormai 39enne, attende ancora giustizia piena per una vicenda che ha segnato in maniera irreversibile la sua vita.
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