Francesca Albanese è una figura che oscilla tra giurista, ricercatrice e attivista, portando sotto i riflettori la questione palestinese non solo in veste istituzionale nel contesto ONU, ma anche nei media internazionali. Nel suo recente intervento di febbraio alla televisione Al Jazeera, durante un forum a cui hanno partecipato rappresentanti della Repubblica Islamica dell’Iran e di Hamas – ospiti abituali dell’emittente qatariota – la relatrice dell’UNO per la Palestina e i Territori Occupati ha suscitato non poco scalpore. L’intervento è stato sostanzialmente un appello generale alla mobilitazione per contrastare l’operato dello Stato di Israele, accompagnato da ampi ringraziamenti per la libera informazione fornita in tutta la regione da Al Jazeera.
La potenza delle parole
Proprio a metà del suo discorso, Albanese identifica un generico nemico dell’umanità, dopo aver parlato di genocidio in Medio Oriente e del sistema internazionale che l’ha favorito. Ma chi, secondo la Relatrice, sta perpetuando tutto ciò? Proprio Israele. Nella mente dell’ascoltatore può quindi facilmente affacciarsi l’idea che la professoressa Albanese si stia riferendo allo Stato ebraico e non al sistema genocidario in sé. Una retorica simile a quella usata da Bush Jr. con Saddam Hussein e, ancora prima, da Winston Churchill con Adolf Hitler: tutti loro avevano definito i propri nemici come il male assoluto.
Come si può evincere dai video ripubblicati sui siti di varie testate – tra cui Corriere.it e ilfattoquotidiano.it – analizzando il testo dell’intervento si nota un’interessante contrapposizione semantica. La giurista utilizza una frase forte che potrebbe essere percepita dai sostenitori di Israele come un’accusa rivolta all’intero popolo ebraico, seguita però da un pensiero pacifico: “Ora vediamo che noi come umanità abbiamo un nemico comune. E le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultima via pacifica, gli ultimi strumenti pacifici che abbiamo per riconquistare le nostre libertà.”
( Argomento quello delle libertà personali che la riguarda da vicina, dato che grazie alle sanzioni rivolte nei suoi confronti dagli USA, per via delle sue idee, lei non può accedere alla maggior parte dei servizi finanziari, e utilizzare la maggior parte delle banche nel sistema internazionale SWIFT)
Questo potrebbe essere semplicemente il suo naturale flusso di pensiero e non uno stratagemma retorico per far recepire un messaggio ai sostenitori più moderati e un altro a quelli più radicali. Il pubblico che segue la giurista è infatti molto variegato: va dai critici del governo israeliano ai sostenitori intransigenti della causa palestinese. Con il suo appello generale all’attivismo per porre fine alla guerra in Palestina, riesce a trovare consenso presso molti dei suoi sostenitori, inclusi coloro che non riconoscono il diritto di esistere dello Stato di Israele.
Il contesto
Per comprendere appieno il messaggio di Francesca Albanese occorre considerare il contesto in cui è stato trasmesso. Il canale Al Jazeera è stato segnalato come media vicino ad Hamas non solo da fonti collegate a Israele. Il colosso mediatico regionale è stato più volte accusato di favorire gruppi militanti di opposizione ai regimi del Medio Oriente. Come riportato dall’articolo del New York Times “What to Know About Al Jazeera, the Broadcaster Targeted by Israel” di agosto 2025, sia l’Autorità Palestinese che Israele hanno accusato Al Jazeera di avere legami con Hamas. Più volte Israele ha ucciso in raid delle Israel Defence Forces a Gaza reporter di Al Jazeera come Anas al-Sharif e Ismail Al-Ghoul, accusandoli di collaborare con l’ala militare di Hamas.
L’Autorità Palestinese ha seguito l’esempio di Israele per alcuni mesi nel 2025, vietando le operazioni del colosso mediatico regionale nei propri territori. L’accusa era di sedizione a favore di Hamas, in particolare da parte della versione in lingua araba del canale. Rappresentando in maniera favorevole il governo di Gaza, l’emittente avrebbe posto un pericolo per la stabilità del territorio, come riportato dal New York Times in un articolo di aprile 2025.
Sempre secondo l’articolo del New York Times, ci sono molte obiezioni riguardo alla sua indipendenza giornalistica nei confronti del Qatar che lo ospita e in parte lo finanzia. Va ricordato che il Qatar ospita anche l’apparato politico di Hamas. La rilevanza e l’autorevolezza del paese nella regione derivano proprio dall’essere un centro politico, culturale e mediatico.
Il forum del canale con base in Qatar ha provocato reazioni in tutto il mondo. Tra i molti relatori che hanno preso la parola spicca Khaled Meshaal, membro politico di Hamas, che ha glorificato il 7 ottobre per aver portato numerosi paesi a riconoscere lo Stato di Palestina – 157 secondo gli ultimi calcoli di Tgcom24 del 22 settembre 2025 – lasciando intendere che le vittime israeliane e palestinesi sarebbero state sacrificate per la sua causa politica.
Quanto si distacca questa affermazione dal ragionamento di Albanese? La Relatrice ONU, pur critica verso Israele, inquadra sempre il suo discorso in termini di diritti umani e diritto internazionale, mentre Meshaal giustifica apertamente le vittime come strumento politico. Il suo mandato certamente non le permette di prendere parte in questo modo a uno schieramento politico così netto.
La reazione francese
A migliaia di chilometri di distanza, dove i venti di guerra sono più attenuati e si cerca di trovare un equilibrio, il ministro francese Jean-Noël Barrot è stato la prima figura autorevole a criticare apertamente questo intervento.
Il discorso del ministro francese a seguito di un’interrogazione parlamentare rappresenta un’accusa aperta alla Relatrice per l’Organizzazione delle Nazioni Unite, con l’intento di screditarla completamente e criticandola per episodi mediatici passati. Nella sua accusa, Jean-Noël Barrot cita come in varie occasioni Albanese abbia identificato Israele come unico responsabile degli attacchi del 7 ottobre, abbia indicato le lobby ebraiche come manovatrici della politica internazionale e responsabili dell’inadeguata risposta alla guerra in Palestina di molti Stati e, per ultimo, come abbia più volte equiparato l’operato dello Stato di Israele a quello del Terzo Reich. Inoltre sottolinea che lei, con la sua figura mediatica, va oltre il mandato affidatole dall’ONU.
Direttamente dal sito del Quai d’Orsay, ecco una parte del suo intervento: “Madame Francesca Albanese si presenta come un’esperta indipendente delle Nazioni Unite. Non è né esperta né indipendente: è una militante politica che diffonde discorsi d’odio che danneggiano la causa del popolo palestinese, che dice di difendere, e quella delle Nazioni Unite. In nessun caso e in nessuna maniera, Madame Albanese può parlare a loro nome. Tradisce il loro spirito. In realtà, le sue provocazioni richiedono una sola risposta: le sue dimissioni.”
Il rappresentante del Quai d’Orsay non è un aperto sostenitore di Israele. È infatti una figura mediatrice che cerca di portare Tel Aviv verso posizioni più moderate. Come dimostrato dall’incontro del 3 aprile 2025 – registrato dal sito ufficiale del Ministero degli Affari Esteri francese – con il suo omologo israeliano, durante il suo mandato ha condotto un dialogo con Israele cercando di fare fronte comune sul dossier nucleare iraniano, affinché sia verificabile la denuclearizzazione della nazione persiana. Nella stessa conversazione chiedeva al primo ministro israeliano di rispettare il cessate il fuoco nella guerra contro Hezbollah in Libano, iniziata cinque mesi prima. È bene ricordare che la Francia a settembre 2025 ha riconosciuto lo Stato di Palestina, inserendo questa azione simbolica in una strategia di politica estera più complessa, in cui si chiedeva ad Hamas di liberare gli ostaggi e si ribadiva la necessità del riconoscimento reciproco dei due Stati, Palestina e Israele.
È chiaro che Jean-Noël Barrot intende riequilibrare il piano mediatico, considerando quanto si sia spostato a sfavore di Israele. Come risposta ufficiale, Francia e Italia hanno chiesto all’ONU le dimissioni di Albanese, come riportato da ANSA e Adnkronos nelle dichiarazioni dirette di Tajani e Barrot del 12-13 febbraio 2026. Al momento, l’ONU non ha preso una posizione ufficiale sulla richiesta di dimissioni.
In risposta a queste critiche, l’11 febbraio durante un convegno organizzato dal Fatto Quotidiano, ad Albanese è stato chiesto di chiarire le sue affermazioni. La giurista ha specificato che il nemico comune a cui si riferiva non è Israele in quanto tale, ma il sistema di quelle entità che hanno permesso allo Stato israeliano di prosperare economicamente, politicamente e militarmente, consentendo così, soprattutto negli ultimi due anni, di perpetuare quello che lei definisce genocidio. Albanese ha inoltre chiesto che il ministro francese si scusi a sua volta, ipotizzando che Barrot possa aver visto una copia del video manomessa o decontestualizzata.
Da quando è stata creata la figura del Relatore speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Albanese non è la prima a essere protagonista di casi mediatici. Tuttavia, negli ultimi anni, con la polarizzazione dell’argomento dovuta all’escalation del conflitto, è proprio questa figura istituzionale che offre ampio spazio di manovra e permette di raccontare le cause e gli effetti della guerra osservati in Palestina al mondo secondo la prospettiva che il relatore ritiene opportuna, in conformità al regolamento ONU.
Fare interventi di questo genere rientra quindi nella discrezione del relatore, ma grazie alla polarizzazione dell’argomento e alla guerra in atto, le sue parole hanno molta risonanza.
Il contesto della guerra
È bene non dimenticare di cosa stiamo parlando. Una volta discusso chi avesse ragione e con quale tono trattare un argomento così spinoso e rilevante del nostro tempo, è importante calarsi nella realtà dei fatti: prima di ottobre 2023 la Striscia di Gaza era una delle zone più densamente popolate del pianeta, con un tasso di alfabetizzazione elevato ma al tempo stesso con uno sviluppo tecnologico e di infrastrutture tra i più bassi. Un attacco efferato da parte di Hamas, che ricorda scene di centinaia e migliaia di anni fa contro il paese vicino da decenni in battaglia, ha portato su quella popolazione una distruzione che non sarebbe eufemistico definire biblica, cambiando nella mente di molti il paradigma del carnefice e della vittima.
Per comprendere in profondità gli scenari futuri occorre soppesare le parole e non pensare esclusivamente alla loro risonanza mediatica. In un conflitto in cui le parole in rete riescono a far spostare opinioni e governi, i personaggi politici nel futuro dovrebbero soppesare le proprie parole ed essere più coscienziosi verso il loro pubblico. Questo ci riporta alla questione iniziale: dove si erge la faglia che divide l’attivismo politico dal promuovere la causa dei diritti umani? Francesca Albanese si troverà dalla parte giusta della storia?