Il coraggio mancato delle democrazie: la guerra che il mondo civile ha lasciato arrivare

“Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi, ma l’indifferenza dei buoni” Martin Luther King

La guerra attuale in Medio Oriente sta sempre più aggravandosi, e le perplessità e gli imbarazzi su come la situazione sta procedendo aumentano ogni giorno. Su un punto non ho personalmente dubbi di natura etica, però, senza bisogno di avventurarmi in analisi giuridiche per affermarlo: il governo di Israele ha il diritto morale — e, pensando alla sicurezza del proprio popolo, anche il dovere — di provare a mettere il regime iraniano nelle condizioni di non nuocere più.

Negli ultimi anni l’Iran non si è limitato a proclamare solennemente l’intenzione di distruggere lo Stato degli ebrei: ha agito concretamente in quella direzione. Basti pensare al 7 ottobre, organizzato di fatto con il sostegno iraniano, oppure ai continui lanci di razzi e perfino missili contro civili israeliani al confine con il Libano, operazioni ordinate e finanziate da Teheran attraverso i suoi alleati. A questo si aggiungono i numerosi attentati ad ambasciate o interessi dello Stato degli ebrei, o sullo stesso suolo israeliano, spesso sostenuti o coordinati dall’Iran appunto, che si ripetono ormai da decenni.

Una guerra preparata dall’inazione

Che Israele abbia reagito militarmente in modo così deciso e generale solo oggi, dipende da un dato evidente: ora un potente alleato ha deciso di appoggiarla in modo pieno. Da sola, Israele non avrebbe potuto sostenere un’operazione di questa portata senza correre il rischio di una distruzione totale.

Personalmente non ho dubbi poi neppure sul fatto che la responsabilità della situazione drammatica a cui siamo arrivati ricada non solo sul regime iraniano, sui suoi alleati e sui suoi proxy armati, ma anche sui governi democratici e, in larga misura, sulle opinioni pubbliche europee. Per troppo tempo ci si è limitati, nel migliore dei casi, a osservare da spettatori i ripetuti attacchi dell’Iran all’esistenza stessa di Israele.

Forse — anche se su questo però non ho certezze — se il regime iraniano fosse stato davvero isolato e sottoposto a una forte pressione reale e costante da parte del mondo democratico, esso avrebbe agito con meno sistematicità verso Israele e anche con meno brutalità verso il proprio stesso popolo. Non bisognerebbe dimenticare mai, infatti, la tragedia vissuta da tanti e tanti iraniani, oltre a quella storica degli israeliani. 

L’iniziativa lasciata a Trump

In ogni caso, un’azione seria da parte del mondo civile sarebbe dovuta arrivare, e da molto tempo. Non bisognava lasciare, infatti, l’iniziativa a una figura divisiva e preoccupante, e a mio avviso anche del tutto inaffidabile, come Donald Trump.

E’ proprio qui che sorgono i miei dubbi più profondi: sul modo — e anche sulle vere ragioni — con cui Trump sta conducendo questa campagna militare. Certo, perfino un’azione confusa appare preferibile all’inazione totale di chi sembra augurarsi semplicemente la morte di più ebrei possibile. Ma il contesto che si sta creando diventa ogni giorno più inquietante.

Un contatto competente negli Stati Uniti mi raccontava che i vertici militari americani sono letteralmente sbigottiti dalle direttive di Trump; e che anche tra i politici repubblicani regnano divisioni e perplessità. Secondo l’ultimo sondaggio del The Economist e Yougov del 16 marzo la maggior parte degli americani è contraria alla guerra in Iran .

Non so come questa storia finirà. Personalmente non nutro alcuna fiducia in Trump né nelle sue vere motivazioni. Ma, in ogni caso ripeto, resto prima di tutto perplesso (eufemismo) per l’atteggiamento dei governi europei e per quello di gran parte delle opinioni pubbliche del nostro continente: di fronte a un regime criminale come quello di Teheran, per decenni non abbiamo mai fatto davvero nulla. Anzi, abbiamo costantemente manifestato contro gli aggrediti, mai contro gli aggressori.

Il fallimento delle democrazie

Chiediamoci, infatti: si poteva almeno provare a contrastare la dittatura islamica senza necessariamente arrivare a questa guerra, come tutte le guerre un fatto terribile? Certo, anche se non so onestamente se questo tentativo avrebbe avuto successo. Ma si poteva e doveva sicuramente, uniti, isolare davvero un regime che reprime e massacra il proprio popolo e che proclama apertamente la distruzione di Israele, agendo di conseguenza. Il 7 ottobre di Hamas e gli ordigni esplosivi lanciati dal Libano da Hezbollah, e i tanti altri attentati contro Israele, tutto sotto coordinamento iraniano, non hanno rappresentato solo una minaccia: sono stati attentati di gravità reale inaudita. L’assassinio di decine di migliaia di iraniani che manifestavano per la libertà, poi, non sono stati retorica: sono stati veri comportamenti criminali, gravissimi. 

Eppure non ci siamo mossi. Non abbiamo voluto farlo, rinunciando a una posizione europea chiara, forte, coerente e unitaria. Anzi, spesso ci siamo appunto attivati contro Israele! 

A me colpisce infatti soprattutto il silenzio di chi ha organizzato o partecipato a manifestazioni, affollatissime, per condannare continuamente lo Stato degli ebrei — uno Stato che lotta prima di tutto per la propria sopravvivenza dal 1948, non lo dovremmo mai dimenticare — ma non ha mai promosso un corteo, un sit-in, un concerto, un appello pubblico, nemmeno mai scritto un semplice post: per condannare per esempio il 7 di ottobre e i lanci di bombe dal Libano, o il regime di Teheran in quanto tale, e per esprimere solidarietà ai popoli iraniano e israeliano, entrambi minacciati e ripetutamente e concretamente colpiti. A volte non è l’errore a pesare di più. È l’assenza. Non ci si poteva, per esempio, attivare per chiedere all’Iran di rinunciare almeno alle proprie dichiarate intenzioni di distruggere lo Stato degli ebrei, se non proprio di riconoscere formalmente il diritto di esistere ad Israele?

E così ora questa guerra, vista dal punto di vista israeliano, è per me giusta. Il concetto di etica che utilizzo qui non lega il valore morale a determinate caratteristiche delle azioni infatti, ma piuttosto alle ragioni che le persone responsabilmente coinvolte sentono di poter approvare. Un’etica basata sugli argomenti e non quindi su ‘pronunciamenti morali’.  Un’etica che collega il grado di moralità ai motivi che i soggetti interessati in quel momento e in quel contesto – storico innanzi tutto, ma anche politico, geografico, sociale, informativo e culturale – possono o meno approvare e coscienziosamente provare a giustificare. Esistono solo e sempre casi specifici nei quali gli individui reali si trovano a dover decidere su ciò che è bene o giusto fare in base alle informazioni in loro possesso in quel momento e alla situazione specifica nella quale si trovano a decidere. Le ragioni di Trump, quali che siano, sono diverse da quelle israeliane. E, ovviamente, va giudicata comunque anche l’inazione di noi europei. Perchè non decidere è comunque una scelta, una decisione.

Conclusioni

L’indignazione ‘selettiva’ è, lo insegna la storia, la forma più comoda ma anche più pericolosa e codarda di ipocrisia. Si sceglie dove guardare, cosa denunciare, chi difendere — e soprattutto cosa ignorare. Ma ogni omissione ha un prezzo, e spesso quel prezzo viene pagato molto tempo dopo, quando le conseguenze sono ormai fuori controllo. E quando rinunciamo a parlare su certi temi con la nostra voce, finiamo per delegare la nostra coscienza a chiunque sia disposto ad alzarla al posto nostro — anche quando quella voce è confusa, strumentale o pericolosa.

Il punto, allora, non è solo ciò che sta accadendo oggi, ma ciò che non è stato fatto ieri. Perché le guerre raramente esplodono all’improvviso: maturano lentamente, nell’indifferenza, nelle ambiguità, nei calcoli rinviati, nelle responsabilità evitate. E quando il mondo democratico rinuncia a esercitare una pressione reale, coerente e credibile contro regimi che dichiarano apertamente le proprie intenzioni distruttive, non sta scegliendo la pace: sta semplicemente rimandando il conflitto, spesso rendendolo più probabile e più devastante.

Resta allora una responsabilità che non può essere elusa: quella di aver lasciato spazio, per anni, a chi della violenza ha fatto un progetto politico, senza opporre una risposta all’altezza: anzi nessuna risposta vera. Non si tratta di sostenere che un’azione diversa avrebbe certamente cambiato il corso degli eventi — questo non possiamo saperlo — ma di riconoscere che non si è nemmeno provato davvero a impedirli.

E così una cosa resta in ogni caso chiara: se oggi siamo arrivati fin qui è anche per il lungo, ostinato e comodo coraggio mancato del mondo libero. Le dittature minacciano. Le democrazie dovrebbero reagire. Quando non lo fanno, non evitano la guerra: contribuiscono, lentamente ma concretamente, a renderla inevitabile.

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