Cinque anni fa, il Ministero della Giustizia è stato condannato a risarcire un detenuto che aveva scontato quasi due anni in celle sovraffollate e in condizioni igieniche precarie. Eppure, a oggi, nessun indennizzo è mai stato versato. Una vicenda che si trascina nel silenzio istituzionale, simbolo di una giustizia civile lenta e spesso inefficace.
Il protagonista è un uomo di 58 anni della provincia di Latina, detenuto tra novembre 2011 e agosto 2013 prima nel carcere di Latina e poi in quello di Rebibbia. Per ben 640 giorni ha vissuto in uno spazio vitale inferiore a tre metri quadrati, con 21 ore al giorno di permanenza in cella e in condizioni che – secondo il suo avvocato, Antonio Cavaliere – violavano l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta trattamenti inumani e degradanti.
Il Tribunale di Latina si era inizialmente dichiarato incompetente. La causa è proseguita a Roma, dove nel settembre 2020 il giudice civile ha accertato la responsabilità dello Stato, condannando il Ministero al risarcimento. La sentenza evidenziava che le relazioni delle carceri erano “lacunose”, e che il sovraffollamento e l’assenza di misure correttive erano evidenti.
Eppure, il Ministero ha ignorato il verdetto. Nessuna liquidazione, nessuna comunicazione. A distanza di cinque anni, il detenuto resta senza risposta e senza giustizia, mentre l’amministrazione condannata continua a non adempiere.
Una storia emblematica del sistema penitenziario italiano, in cui il riconoscimento formale di un diritto non sempre si traduce in un’effettiva riparazione.