Alessandro Barbero, storico e divulgatore tra i più noti al grande pubblico, ha scelto di intervenire nel dibattito sul referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026 con uno strumento coerente con il suo stile comunicativo: non un editoriale su un quotidiano, ma un video breve, pensato per circolare sui social. Un intervento diretto, accessibile, rivolto a un pubblico non specialistico.
Nel filmato Barbero dichiara che voterà “No” e propone una lettura critica della riforma: a suo avviso il vero cuore del cambiamento non sarebbe la separazione delle funzioni, spesso evocata nel dibattito pubblico, quanto la trasformazione dell’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura e del sistema disciplinare. È lì, sostiene, che si giocherebbe l’equilibrio tra politica e magistratura, con il rischio di un indebolimento dell’autonomia dei giudici.
È su questo punto che nasce la controversia. Non tanto tra sostenitori del Sì e del No, quanto tra due modi diversi di raccontare la riforma: da una parte una narrazione semplificata – più terzietà attraverso la separazione delle funzioni – dall’altra l’idea che la posta in gioco sia soprattutto istituzionale, legata al funzionamento dell’autogoverno della magistratura.
A contestare la ricostruzione di Barbero è intervenuta Open, testata che in Italia partecipa al programma di fact-checking di Meta. Nel proprio articolo, Open ricostruisce nel dettaglio cosa prevede la riforma: la creazione di due CSM distinti (uno per giudici e uno per pubblici ministeri), il trasferimento delle competenze disciplinari a un’Alta Corte dedicata e l’introduzione del sorteggio come criterio di selezione per i membri togati e, in forma “temperata”, per i laici. Secondo la testata, il passaggio più problematico del video sta nell’attribuire al Governo un potere di scelta o di controllo che il testo costituzionale non contempla. I membri laici non sarebbero nominati dall’esecutivo ma individuati dal Parlamento, mentre nessuna norma consentirebbe al Governo di impartire direttive o sanzionare i magistrati. L’autonomia della magistratura, sancita dall’articolo 104 della Costituzione, resterebbe formalmente intatta. L’eventuale rischio di politicizzazione, conclude Open, sarebbe semmai indiretto e legato agli equilibri parlamentari, non a un potere diretto dell’esecutivo.
Fin qui il confronto resta nel merito delle interpretazioni. La vicenda cambia natura quando interviene la dimensione delle piattaforme digitali. Alcune versioni del video, infatti, sono state associate al programma di verifica di Meta, generando accuse di censura. È necessario però usare parole precise: il contenuto non è stato rimosso né oscurato, ma etichettato con un avviso di fact-checking. Questo comporta in genere una riduzione della distribuzione in rete – il cosiddetto downranking – cioè una minore probabilità che il post venga suggerito nei flussi di contenuti, quindi una minor probabilità che sia visto anche se condiviso direttamene, pur restando visibile a chi lo cerca. Non una soppressione, dunque, ma un ridimensionamento della portata.
Va anche chiarito che simili interventi non colpiscono indiscriminatamente il dibattito politico. La maggior parte dei contenuti di natura politica non viene toccata dal fact-checking. Le limitazioni riguardano soprattutto post che presentano informazioni fattualmente false, materiali manipolati o decontestualizzati, oppure contenuti pubblicati da profili che la piattaforma considera poco affidabili sotto il profilo dell’identità. In questo senso si parla di “account non autorevoli”: non un giudizio sulle opinioni espresse, ma una classificazione tecnica. Profili che non offrono sufficienti garanzie di trasparenza o verificabilità vengono esclusi dai meccanismi di amplificazione automatica – suggerimenti, Esplora, Reels – e restano confinati alla propria rete di follower, perdendo di fatto il “megafono” algoritmico. L’obiettivo dichiarato è limitare la diffusione anonima e massiva di propaganda o disinformazione.
Il caso Barbero appare quindi anomalo: non un contenuto anonimo o sensazionalista, ma l’intervento firmato di una figura pubblica riconoscibile, finito comunque nel circuito del fact-checking perché interpretato come affermazione verificabile più che come semplice opinione politica. Ed è proprio questa zona grigia – tra analisi, previsione e dato fattuale – ad aver trasformato un contributo al dibattito in un caso mediatico.
In un passaggio delicato come una riforma costituzionale, resta la sensazione che il terreno più solido non sia quello delle etichette algoritmiche, ma quello del confronto aperto tra argomentazioni contrapposte, dove la persuasione passa dalla discussione pubblica più che dalla regolazione tecnica della visibilità.