Il tatuaggio, illusione di possibilità di distinguersi

In Occidente si cominciò a conoscere l’arte del tatuaggio, praticata dagli abitanti della Polinesia, a partire dagli anni Settanta del XVIII secolo.

Attraverso i ritratti eseguiti da Sydney Parkinson e la cronaca redatta da Joseph Banks, che avevano preso parte alla prima delle tre spedizioni del capitano James Cook nel Pacifico meridionale, gli europei presero poco alla volta confidenza con l’operazione di colorare i corpi degli uomini e delle donne iniettando nella pelle, dopo avervi realizzato delle piccole incisioni per mezzo di strumenti di osso o denti d’animale, “una mistura blu scura o nera”, come annotò lo stesso Cook nel suo diario di viaggio, “ottenuta dal carbone di una pianta oleosa”. 

E poiché tale operazione nella lingua degli abitanti del posto era chiamata tattaw, si indicarono con la parola tattoo le figure disegnate sul corpo. Poi, l’invenzione nel 1891 della macchinetta elettrica per tatuaggi a opera dell’artista newyorkese O’ Reilly, che prese ispirazione dalla penna elettrica di Thomas Edison, dette un forte contributo  alla diffusione di questa pratica, la quale, però, almeno fino alla fine degli anni Ottanta del Novecento, rimase o segno distintivo di chi occupava i gradini più in basso della società (marinai, circensi, prostitute, carcerati) o segno simbolico di ribellione e di contro-cultura (si pensi al movimento punk e al movimento skinhead).

L’omologazione dei consumi, delle culture, degli stili di vita indotta dalla globalizzazione ha fatto sì che altissimo sia oramai il numero di coloro che scelgono di tatuarsi, specie nel Nord America e in Europa (soltanto in Italia sono più di sette milioni di persone), senza distinzione di sesso, di classe sociale, d’istruzione, di età. 

Le ragioni (psicologiche) che giustificano tale scelta sono numerose e differenti, così come numerose e differenti sono le tipologie di tatuaggio. Eppure, la motivazione principale, come rivelano interviste e ricerche, è quella di rimarcare pubblicamente la differenza rispetto agli altri – e dunque l’unicità – di chi decide di farselo.  

Da questo punto di vista, il tatuaggio sembra risolvere il dilemma appartenenza / individualità, centrale, come ha dimostrato Georg Simmel, ogniqualvolta si parli di società e di moda, a favore del secondo corno: i segni sul mio corpo parlano, parlano di me e per me agli altri, portando alla luce – alla superficie (della pelle) – il mio pensarmi come individuo che liberamente sceglie e decide cosa essere.   

In effetti, le date legate ad anniversari ed eventi significativi per colui che se le fa tatuare, le citazioni tratte da canzoni o da testi letterari amati e mandati a memoria, la ponderata e autonoma individuazione delle figure da riprodurre sulla pelle vanno tutte apparentemente nella direzione di attestare l’autoaffermazione identitaria del soggetto che sceglie. 

Ma è un’illusione, è una truffa, una delle tante del regime neoliberista: far credere che il “come fare” sia il “cosa fare”, che il modo sia l’azione. 

Ciascuno, infatti, è convinto che il proprio tatuaggio renda visibile, e dunque pubblica, la propria diversità, la propria unicità. 

Ma già la semplice decisione di farlo, in realtà, risponde a un condizionamento esterno. 

È una moda, nient’altro che una moda, alla quale noi giudichiamo di non potere né dovere rinunciare, se non vogliamo sentirci frustrati, se non vogliamo sentirci “fuori tempo” e “fuori posto” rispetto agli altri e, soprattutto, se non vogliamo sentirci in colpa per avere disobbedito al precetto che per Zygmunt Bauman governa la cultura contemporanea della società dei consumi: “se puoi farlo, devi farlo”. 

Oggigiorno, della ribellione che negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta i tatuaggi esprimevano non resta più nulla. 

A conferma che quanto Pier Paolo Pasolini osservava nel “Discorso” dei capelli, il testo che apre gli Scritti corsari (1975), a proposito della moda giovanile di portare i capelli lunghi, possiede una validità e una verità al di fuori del caso specifico: “Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le “cose” della televisione o delle réclames dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia capelli lunghi”.  Il potere, in sostanza, – e nessun potere in misura maggiore del potere capitalistico – finisce sempre con l’integrare tutto ciò che all’inizio si presenta e si pone rispetto a esso in maniera critica, antagonistica. 

È soltanto una questione di tempo. 

Ciò spiega bene perché quello che è avvenuto con i capelli lunghi, è avvenuto anche con i tatuaggi: da segno di contestazione e di rivolta sono diventati espressione della moda dominante e segno dell’avvenuta integrazione nell’ideologia egemone.  

Passeggiare in riva al mare e osservare i corpi dei bagnanti non è molto diverso dall’entrare in un centro commerciale o dallo sfogliare le pagine di Vogue, Cosmopolitan, Vanity Fair. Sono tutte esperienze, oramai, interscambiabili e che dimostrano quanto la coscienza dell’uomo-consumatore contemporaneo sia una coscienza completamente eterodiretta.                      

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