Quattro spremute di acido solforico

Ho letto il romanzo di Valerio Cutonilli “Quattro spremute di acido solforico” a falcate di 150pagine al giorno arrivando all’ultima riga in souplesse.
Se c’è un appunto da muovere all’Autore, questo riguarda esclusivamente la scelta del titolo, apparentemente avulso dalla trama e che per la sua causticità non è propriamente accattivante.

Ma forse qui più che mai il titolo si abbina alla titolazione, a quella tecnica di analisi utilizzata in chimica per determinare la concentrazione incognita di un acido (il dolore) o di una base (l’anamnesi del dramma) in una soluzione narrativa brillante e spesso di registro comico, anche quando tratta del tragico, un tragico non troppo inaspettato, ma che ha la funzione di verificare di che pasta è fatto l’ essere umano che ci si imbatte.
Saverio Varna (il Maestro) e Gabriele De Angelis, i protagonisti del romanzo, sono due antieroi, ma non cialtroni: sono di quelli che non scappano di fronte all’ inaspettato e infatti non c’ è alcun “elogio della fuga” nel romanzo di Cutonilli, anzi.
I due incarnano, in declinazioni diverse, quel tipo umano che di fronte al pericolo non sta a chiedersi come ci è finito, ma lo affronta con quello che si ritrova in mano; e con l’intelligenza.
Senza abbattersi.
Non so se Cutonilli sia lettore di Dickens, ma anche nel suo romanzo l’ingiustizia porta l’ingiustizia, e il combattere con le tenebre e il rischiare di “essere sconfitti da esse porta necessariamente l’inizio dei combattimenti”…
Avvocati da marciapiede formatisi professionalmente con questioni giuridiche di piccolo cabotaggio risolte o fallite muovendosi lungo quel sottile crinale etico che divide il lecito dall’illecito, l’ interpretazione elastica della norma deontologica dalla violazione disciplinare, i due protagonisti, insieme agli altri comprimari, sono utilizzati dall’ Autore come termometro della società del Caotico.
Il pregio principale del romanzo è la capacità di trattare con lievitá, senza morbosità e soprattutto senza ipocrisia, drammi personali e questioni socialmente rilevanti, regolando con ironia le pose di chi si vuole politicamente corretto (e quindi con il mainstream imperante difficilmente vedremo, a breve, una trasposizione televisiva del romanzo sulla piattaforma Rai play…).
Come accennato, l’ intreccio del libro è avvincente e insapidito dai duelli reciprocamente perculatori del Maestro con il venditore di calzini gabonese, dagli episodi di sfruttamento del praticantato forense (con cui Cutonilli, avvocato d’esperienza, denuncia la crisi di un ceto professionale che da più di un ventennio constatata marxisticamente la formazione di una condizione di sottoproletariato di quanti non vantano entrature nei piani alti e non sono figli d’arte) alle crisi coniugali che negli anni diventano gordiane, per quella incomunicabilità che
spesso si calcifica tra persone che hanno preso su di sé la responsabilità di costruire una famiglia: Varna e De Angelis sono sposati con donne che rappresentano quei “fattori in opposizione” dell’ autentico modo di essere dei mariti e quindi, ci ricorda Cutonilli, il pettine della vita prima o poi si incontra con questi nodi.

Ma come detto, i due soci, il Maestro e der getreue Gabriele non sono tipi che si arrendono, vanno avanti “dandole e prendendole” come vuole la saggezza popolare e come sa chiunque abbia fatto a botte in vita sua.
Il romanzo, in cui non mancano suggestivi colpi di scena, è il primo di una probabile trilogia (il sottotitolo “Fiori di Scozia I” lo lascia intuire); cosa ci riserverà la fantasia di Cutonilli non è dato sapere, ma c’è da confidare che l’Autore riesca a mantenere l’ alto tasso di umorismo, sagacia e surrealismo che ho trovato leggendo il primo tomo.
Perché senz’ altro sarò tra i lettori del secondo.

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