Sequestro Mazzotti, la procura chiede tre ergastoli: processo a Como mezzo secolo dopo

Cinquant’anni dopo il sequestro e l’uccisione di Cristina Mazzotti, la Corte d’Assise di Como celebra quello che potrebbe essere l’ultimo atto giudiziario di una delle vicende più drammatiche della storia criminale italiana. Alla sbarra siedono tre imputati: Giuseppe Calabrò, Antonio Talia e Demetrio Latella, ritenuti gli esecutori materiali del rapimento che sconvolse l’opinione pubblica negli anni Settanta.Secondo l’accusa, Calabrò sarebbe stato a bordo dell’auto che tagliò la strada al veicolo su cui viaggiava la giovane con il fidanzato, mentre Talia avrebbe avuto il compito di bloccarne la corsa. Latella, invece, avrebbe lasciato l’impronta digitale che decenni dopo ha permesso di riaprire il fascicolo. A inchiodarlo, oltre al riscontro tecnico, anche una confessione resa anni dopo e ritenuta attendibile.La pm della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Cecilia Vassena, ha chiesto l’ergastolo per tutti e tre gli imputati. La requisitoria ha ricostruito il contesto: quello di una ’ndrangheta che, negli anni Settanta, prese il posto di Cosa Nostra nel redditizio mercato dei sequestri di persona. Parte del riscatto versato dalla famiglia Mazzotti, infatti, sarebbe finito in Calabria per alimentare le casse dell’organizzazione, poi reinvestite nel traffico di droga.Il sequestro di Cristina, ha ricordato la pm, fu il quinto di quella stagione: una fase “sperimentale”, in cui le cosche testavano un metodo che sarebbe stato perfezionato negli anni successivi. A operare erano più gruppi distinti, con compiti diversi: il rapimento, la custodia dell’ostaggio, le trattative. Una compartimentazione che impediva di risalire ai mandanti in caso di arresto di qualcuno degli esecutori.L’udienza è aggiornata al 10 settembre, quando la parola passerà alle difese. Resta fuori dal processo Giuseppe Morabito, ritenuto l’ideatore, scomparso lo scorso anno. La procura aveva chiesto anche per lui la condanna all’ergastolo.

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