Roma, 1 marzo 2026 – Nel corso di un’assemblea pubblica dedicata al referendum del 22 e 23 marzo sulla giustizia, Democrazia Sovrana Popolare ha articolato una posizione che si colloca dichiaratamente oltre la contrapposizione tra sostenitori e oppositori dell’attuale governo. Il filo conduttore dell’incontro non è stato soltanto il merito dei quesiti referendari, ma una lettura più ampia della fase politica ed economica attraversata dal Paese.Il movimento ha invitato a “superare le tifoserie”, sostenendo che la consultazione non possa essere ridotta a un voto pro o contro l’esecutivo. Il referendum, nella prospettiva di Democrazia Sovrana Popolare, si inserisce in una crisi sistemica che riguarda l’autonomia delle istituzioni, il funzionamento della democrazia rappresentativa e la stessa tenuta sociale.Nel suo intervento, l’on. Marco Rizzo ha intrecciato il tema della giustizia con quello della sovranità economica e politica. Ha evocato un “meccanismo di guerra” richiamando le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran, e ha indicato nell’aumento dei prezzi dell’energia e del carburante un sintomo del declino generale. In questo quadro, la riforma della giustizia è stata presentata come un tassello di un processo più ampio di recupero di autonomia decisionale.Ampio spazio è stato dedicato alla legge elettorale e all’assenza delle preferenze, considerata uno dei principali fattori di indebolimento del rapporto tra eletti ed elettori. La critica alla globalizzazione — ritenuta responsabile di una progressiva omologazione culturale — si è saldata con la tesi di una lotta verticale tra popolo ed élite.Sul piano strettamente referendario, l’argomento centrale ha riguardato l’assetto della magistratura. L’obiettivo dichiarato è quello di una magistratura “libera e terza”, sottratta a logiche correntizie e a incrostazioni di potere. La separazione delle carriere è stata richiamata come elemento coerente con una tradizione che, secondo i relatori, avrebbe avuto sostenitori anche in stagioni politiche lontane, compresa quella di Palmiro Togliatti.L’avv. Francesca Antinozzi, intervenuta per l’ufficio politico, ha insistito sulle “motivazioni tecniche” del sì, ritenendo che siano spesso oscurate da una comunicazione polarizzata. I magistrati, ha ricordato, sono selezionati secondo criteri professionali rigorosi; tuttavia, a suo avviso, permane un problema di responsabilità e di controllo effettivo. È stata sottolineata l’assenza, nei quesiti, di un intervento incisivo sulla responsabilità civile dei magistrati, e richiamato il tema dell’ingiusta detenzione.La posizione del movimento è stata descritta come distante sia dalla retorica sulle “toghe rosse” sia da quella del magistrato giustizialista contrapposto alla politica corrotta. È stato tuttavia sostenuto che, in alcune fasi storiche, una parte della magistratura avrebbe assunto un ruolo di supplenza politica, con riferimento alla stagione di Tangentopoli e alle tensioni istituzionali degli anni Novanta.Il dibattito ha poi allargato lo sguardo ad altri nodi della giustizia: investimenti, organizzazione degli uffici, accesso al giudizio, riforme recenti come quella promossa dall’ex ministra Marta Cartabia, valutata criticamente in quanto ritenuta funzionale agli equilibri europei più che a una riforma organica del sistema. La giustizia, è stato detto, dovrebbe tornare a essere percepita come servizio e come espressione di un senso condiviso di equità.L’intervento conclusivo, affidato a Francesco Toscano, presidente di Democrazia Sovrana Popolare, ha letto la polarizzazione emotiva sul referendum come sintomo di un impoverimento del dibattito pubblico. Dal suo punto di vista, l’enfasi sul singolo quesito rischia di mascherare l’irrilevanza progressiva della classe politica, in un Paese che dagli anni Novanta sarebbe guidato da vincoli esterni e automatismi economici. In questa narrazione, la magistratura viene descritta come parte di un meccanismo più ampio di gestione del potere.Non sono mancati riferimenti allo scenario internazionale, ai conflitti in Medio Oriente e alle trasformazioni dell’assetto atlantico, evocati come elementi di una fase di destabilizzazione globale. Il quadro delineato è quello di una crisi profonda, che richiederebbe — nelle parole dei relatori — la ricostruzione di un linguaggio politico comune e il recupero della dignità della funzione pubblica.Il referendum, in questa prospettiva, non è stato presentato come soluzione esaustiva, ma come passaggio coerente con una visione più ampia: riformare l’assetto istituzionale per contribuire a un processo di riappropriazione democratica. Resta aperto il nodo, più tecnico, del rapporto tra riforme ordinamentali e qualità concreta dell’amministrazione della giustizia, tema che continuerà a interrogare il dibattito nelle settimane che precedono il voto.
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