Al Teatro Golden giuristi, parlamentari e rappresentanti della società civile discutono di riforma della giustizia. Non uno scontro politico, ma una questione di civiltà giuridica.
Teatro Golden, Via Taranto, giovedì 5 marzo. Sala folta, platea attenta. Sul palco giuristi, parlamentari e rappresentanti della società civile, riuniti dal Comitato Sì Riforma Roma per il convegno “La cultura per un giusto Sì”. Un appuntamento che ha provato a tenere il dibattito sul piano del diritto, lontano dagli schieramenti — anche se la politica, come spesso accade, ha finito per reclamare il proprio spazio. I lavori sono stati moderati dallo scrittore e critico d’arte Roberto Litta.
Giudicare la riforma, non chi la propone
Ad aprire i lavori è stato Antonfrancesco Venturini, Dirigente FDI e Consigliere del Comitato Civico Nazionale per un Giusto Sì, che ha subito messo in guardia dal rischio principale di questa campagna referendaria: votare in base a chi ha proposto la riforma, anziché valutarne il merito. Su temi tecnici e complessi come questo, ha avvertito, la politicizzazione è sempre in agguato e rischia di oscurare l’unica domanda che conta: la riforma è giusta o no? Marco Perissa, Segretario della VII Commissione Cultura della Camera e presidente della Federazione romana FDI, ha precisato: “Non è uno scontro tra politica e magistratura. Il Parlamento ha seguito la Costituzione, e la posta in gioco riguarda ogni cittadino.”
Il giudice terzo, le carriere e il CSM
Paolo Trancassini, Questore della Camera e coordinatore FDI Lazio, ha usato una metafora calcistica per spiegare il cuore della riforma: se il derby Roma-Lazio lo arbitrasse un tifoso laziale, la Curva Sud insorgerebbe. Eppure oggi giudici e pubblici ministeri condividono le stesse correnti e la stessa carriera. L’articolo 111 della Costituzione sancisce già il giusto processo e il giudice terzo: la separazione delle carriere serve a renderlo finalmente reale.
Sul CSM la tesi portata avanti da più voci è stata netta: il CSM non è un organo politico, ma amministrativo. Le sue competenze — assunzioni, trasferimenti, promozioni dei magistrati — sono atti tecnici, non politici. Il sistema elettivo attuale crea un rapporto di mandato che inquina l’indipendenza dell’organo: chi viene eletto risponde ai propri elettori, non alla legge. Il sorteggio, al contrario, spezza questo legame e restituisce al CSM la sua natura originaria. I numeri raccontano il costo di un sistema che non funziona: ogni anno tra 900 e 1.000 detenzioni ingiuste, con lo Stato che risarcisce ma il magistrato che ha sbagliato che raramente risponde. “Il potere — è stato detto — deve sempre rispondere a un controllo.”
Dal diritto romano al diritto canonico: Fusco e le radici profonde della giustizia
Gianni Fusco, avvocato della Rota Romana e docente Lumsa, ha offerto l’intervento di maggiore respiro culturale della serata. Ha ripercorso la storia del processo penale italiano dal Codice Rocco del 1930 fino alla riforma accusatoria del 1989 e all’articolo 111 del 1999 della Costituzione, mostrando come ogni trasformazione abbia lasciato irrisolto il nodo centrale: la commistione tra chi accusa e chi giudica. Le correnti della magistratura, ha spiegato, hanno costruito nel tempo un sistema di autotutela impermeabile alle sanzioni: un magistrato può accumulare 322 giorni di detenzioni ingiuste inflitte ad altri e proseguire la carriera indisturbato.
Ma Fusco ha allargato la prospettiva fino alle radici più profonde. Nel mondo romano il tribuno della plebe garantiva che il popolo avesse qualcuno dalla sua parte; il diritto canonico chiama il pubblico ministero “promotore di giustizia”. Una genealogia che rende la separazione delle carriere non un’invenzione recente, ma il recupero di un principio antico e universale. Ha poi richiamato l’insegnamento di Paolo VI — la pace è frutto solo della giustizia — rivolgendo un appello esplicito ai cattolici: dopo la caduta della DC, chi si riconosce nella morale cattolica e chi nella dottrina sociale hanno oggi un terreno comune, e la giustizia è quel terreno.
La nota più intensa è arrivata quando Fusco ha ricordato la mamma di Domenico, un bambino morto per malasanità: una donna che per anni ha chiesto giustizia con costanza e dignità, rispettando fino in fondo la verità dei fatti. Un esempio, ha detto, di quella giustizia che sa stare all’altezza del dolore senza tradire la verità.
Una riforma senza colore politico
Chi sostiene che questa sia una riforma di destra si scontra con la storia. La separazione delle carriere era già nella Bicamerale di D’Alema e nel programma PD del 2021. Ventisette paesi europei su ventisette ce l’hanno già. Perissa ha citato sondaggi porta a porta: il 25% degli elettori PD è orientato al Sì. “Anche con chi sapete essere di sinistra — ha detto — in questo caso potete trovare punti in comune, per cercare di portarli a fare la scelta giusta.”
La malagiustizia ha il volto della gente comune
Dietro i numeri ci sono storie. Perissa ha portato il caso di Giuseppe Gulluta, operaio ingiustamente accusato di omicidio: su oltre 31.000 casi di malagiustizia documentati, la stragrande maggioranza colpisce cittadini comuni, non personaggi pubblici. Non chi ha i mezzi per difendersi, ma chi si trova solo davanti a un sistema che non perdona l’errore altrui ma raramente corregge il proprio. Il moderatore Roberto Litta “ ha portato all’attenzione della platea un processo simbolico che ha coinvolto un imprenditore: otto anni di processi per un errore in una lettera del codice fiscale. «È importante — ha detto — che la giustizia sia davvero giusta e che il carcere torni a essere uno strumento educativo».””
La persona al centro: giustizia creativa e presenza femminile
Achiropita Curti, del network “Ditelo sui Tetti” e Segretario del Comitato Civico Nazionale per un Giusto Sì, ha portato al convegno una prospettiva che raramente entra in questo tipo di dibattiti: quella dell’antropologia della persona e del ruolo delle donne nella magistratura.
Il primo punto è stata la denuncia della cosiddetta “giustizia creativa”: una magistratura che non si limita ad applicare la norma ma pretende di inventarla, forzando i confini del diritto fino a stravolgere l’ordine giuridico e naturale, sempre a scapito della persona concreta. Una distorsione, ha argomentato Curti, che questa riforma può contribuire ad arginare restituendo ai ruoli il loro perimetro preciso.
Il secondo punto ha sorpreso la platea con i numeri: le donne sono oggi il 56% dei magistrati italiani, una maggioranza netta. Eppure questa presenza si dissolve ai piani alti: solo il 23% negli uffici requirenti apicali, il 34% in quelli giudicanti. Il legame tra gli eletti al CSM e le correnti di appartenenza, ha spiegato Curti, è uno degli ostacoli sistemici che frena questa progressione. La riforma, rimuovendo quel legame attraverso il sorteggio, potrebbe aprire spazi oggi preclusi. I dati sui concorsi in magistratura lo confermano: tra il 2016 e il 2022 la percentuale di vincitrici è salita dal 55 al 66%. Cambiare le regole strutturali produce effetti reali.
Il fronte politico e le contraddizioni del No
Trancassini ha ironizzato sul volantino dei contrari — “se vuoi essere felice vota No”, senza entrare nel merito — e ha citato Franceschini: “Ha detto che se vince il No la Meloni non la ferma più nessuno. Quindi, anche per lui, votiamo Sì.” Federico Rocca, Consigliere di Roma Capitale, ha chiuso con la nota più netta, riferendosi al nuovo assetto previsto dalla riforma per il Consiglio Superiore della Magistratura: “La magistratura è l’unico mondo in cui non si risponde delle proprie azioni. Il potere deve sempre rispondere a un controllo.”Perissa è andato a fondo sul punto, con un’accusa diretta al Partito Democratico: “Perché non abbiamo raggiunto i due terzi in Parlamento e stiamo andando alle urne? Per un tradimento. Il PD nel 2021 l’aveva messa nel programma di campagna elettorale, la separazione delle carriere. Adesso che sta all’opposizione richiama a gran voce il partito per tagliare le mani al governo. Questa manovra ricorda tanto il Ministero della Verità di Orwell.”