
Diciotto mesi di reclusione. È la richiesta avanzata dalla pubblico ministero Maria Esposito nei confronti di Francesco Bagnolo, medico del pronto soccorso, imputato per omicidio colposo nel processo sulla morte di Ilaria Parimbelli, la giovane di 26 anni deceduta dopo due anni trascorsi in uno stato di minima coscienza in seguito a un’encefalite erpetica non diagnosticata in tempo. La sentenza è attesa per il 25 febbraio. Secondo l’accusa, esisterebbe un diretto collegamento causale tra la condotta del medico e l’evoluzione della patologia che ha condotto alla morte della ragazza. Per la pm, il sanitario avrebbe omesso una valutazione complessiva dei sintomi presentati dalla paziente, trascurando la necessità di disporre accertamenti diagnostici e di richiedere un consulto neurologico. Se ciò fosse avvenuto tempestivamente, ha sostenuto l’accusa, la giovane sarebbe ancora viva.
I fatti risalgono al 23 settembre 2019, quando Ilaria Parimbelli si presentò al pronto soccorso dell’ospedale di Zingonia, nel Bergamasco, con un quadro clinico complesso: febbre alta, forte cefalea, vomito e allucinazioni sia uditive che visive. Dopo una prima presa in carico, la giovane venne affidata a fine turno alle cure di Francesco Bagnolo. La decisione assunta fu però quella di dimetterla con una diagnosi di crisi d’ansia, accompagnata dal consiglio di limitare le attività stressanti, senza ulteriori approfondimenti. Quattro giorni dopo, le condizioni della ragazza peggiorarono drasticamente. I genitori la condussero all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dove in poche ore i medici individuarono l’encefalite erpetica e avviarono immediatamente la terapia antivirale a base di Aciclovir. Ma il ritardo nella diagnosi si rivelò fatale: il virus aveva ormai compromesso irreversibilmente ampie aree del cervello.
Da quel momento, Ilaria Parimbelli rimase in uno stato di minima coscienza, incapace di camminare, nutrirsi o provvedere a se stessa. Una condizione protrattasi per quasi due anni, fino al decesso avvenuto il 1° agosto 2021.Nel processo, i genitori e il fratello della giovane si sono costituiti parte civile. L’avvocato Oliviero Mazza, che li assiste, ha più volte sottolineato come i periti abbiano evidenziato una condotta negligente da parte dell’imputato, che non avrebbe preso in considerazione l’ipotesi di un’infezione cerebrale, nonostante la presenza di sintomi ritenuti compatibili con l’encefalite. La decisione finale ora spetta al giudice.