
Subito dopo il Congresso nazionale di Roma del 31 gennaio e 1° febbraio ho incontrato Marco Rizzo, confermato all’unanimità coordinatore nazionale di Democrazia Sovrana Popolare. Con lui abbiamo affrontato i nodi più controversi emersi dal congresso: la scelta di superare le categorie tradizionali di destra e sinistra, il tema della sovranità, il rapporto con l’Unione europea e la proposta di un nuovo blocco politico “popolare”.
Rizzo non vuole più definirsi “di sinistra”: l’obiettivo dichiarato è spostare il terreno di gioco.
Con Democrazia Sovrana Popolare, non vuole più definirsi “di sinistra”: vuole spostare il terreno di gioco. Cosa c’è dietro questo nuovo percorso politico?
I percorsi politici, se sono seri, non sono etichette. Destra e sinistra oggi somigliano ad etichette. Sono brand del consenso, insegne della mobilitazione pubblica su temi di costume, armi di distrazione di massa. Faccio un esempio. Il ceto medio è schiacciato verso il basso per la globalizzazione selvaggia che avvantaggia i grandi gruppi che delocalizzano? Come rispondono destra e sinistra ?Il governo non se ne occupa e mentre l’Italia affonda fa aumentare i nuovi ingressi di disperati da altri Paesi consentendo di fatto di ridurre ulteriormente il livello dei salari. Contemporaneamente, l’opposizione dimentica i diritti sociali con false battaglie sui cosiddetti diritti civili, e si occupa di bizzarri abomini come l’abolizione dei termini padre e madre, in linea con l’ideologia woke. La mia sinistra era quella di Berlinguer con gli operai ai cancelli della Fiat. Oggi c’è quella della Schlein sul carro del Gay Pride. E mi è del tutto estranea.
Lei afferma che Democrazia Sovrana Popolare è oltre la sinistra e la destra. Non è una posizione comoda per evitare di fare i conti con le contraddizioni storiche della sinistra?
No, come ho già spiegato è una posizione realista. Da decenni, lobby, monopolisti, mercati finanziari hanno interesse a ridurre la politica ad un grande talk show nel quale si rappresentano posizioni falsamente contrapposte per dividere il popolo, polarizzarlo attorno a temi sterili, distrattivi, che impegnano la discussione pubblica ma che non mettono mai a repentaglio lo strapotere dei veri centri di influenza. In questa maniera, la politica non decide più nulla. Dsp è nata per porre rimedio a questo stato di cose.
Cosa resta della sinistra dentro DSP e cosa viene invece definitivamente archiviato?
Noto che è affezionato alle etichette. Noi non cerchiamo alleanze politiche vogliamo alleanze sociali, non guardiamo alla polarizzazione fasulla tra destra e sinistra ma a quella reale tra basso ed alto, tra popolo ed élites. Noi siamo contro i Draghi e le Von Der Leyen scelti invece, in maniera piuttosto asservito, al netto delle finzioni, dalla destra e dalla sinistra parlamentari.
Se un elettore tradizionalmente di destra vota DSP, a cosa deve rinunciare ?
Oggi, con un governo a guida FDI, un elettore di destra deve rinunciare alla dignità italiana quando un carabiniere è costretto ad inchinarsi davanti ad una forza straniera, senza alcuna conseguenza (ndr qui l’onorevole si riferisce ad un episodio del 25 gennaio scorso in Cisordania in cui un riservista dell’IDF ha costretto il carabinieri a inginocchiarsi sotto la minaccia di un fucile mitragliatore). Oggi, un elettore di destra rinuncia ai prodotti agroalimentari italiani, perché il governo ha votato il Mercosur. Oggi, con un governo di destra, l’elettore di Fdi si accorge di aver rinunciato al rispetto delle regole e dei confini a causa dell’afflusso record di immigrati irregolari. Insomma, l’elettore di destra ha già rinunciato a tutto scegliendo un governo che si proclama di destra. Votando DSP, non avrebbe rinunciato a niente di ciò che ho elencato.
Qual è il valore non negoziabile del suo progetto politico?
Ne cito due: sovranità e pace.
Uno dei punti fondamentali di Democrazia Sovrana Popolare è rendere il lavoro accessibile a tutti, cosa può fare concretamente il governo Meloni per rendere il mondo del lavoro più sicuro e più competitivo?
Anche in questo caso la risposta non può essere che una: uscire da un sistema che ha mortificato, in oltre tre decenni, il lavoro italiano. Sono le leve esterne a dirigere, come una mano invisibile, anche le politiche sul lavoro, nell’indifferenza generale dei sindacati che ormai, oggi, servono soltanto ai sindacalisti. Trent’anni di compressioni e riduzioni salariali, introduzione illimitata della contrattazione atipica, riduzione della spesa a beneficio dei mercati finanziari hanno impoverito i lavoratori, ridotto i consumi, fiaccato le imprese. Queste ultime, con l’aumento dei costi energetici causato dall’invio di armi all’Ucraina avallato dal partito unico dell’UE ( contenente destra e sinistra) stanno soffrendo enormemente, con evidenti riflessi occupazionali dettati da una modificazione strutturale del mercato interno che l’UE ha, di fatto, realizzato dall’alto. Perché diciamo che l’Unione Europea è matrigna? Basterebbero semplici argomenti di contabilità e di osservazione del panorama lasciato da questa tirannia dei mercati travestita da Continente. Decine di anni fa uno stipendio di 2 milioni di Lire era buono, oggi, con 1000 € al mese, si fa la fame.
Le nuove generazioni appaiono sempre più demotivate e trovano opportunità soprattutto nel Nord Italia o all’estero. Se fosse al governo cosa potrebbe fare per trattenere e valorizzare i giovani?
Insisto: senza un vero cambio di scenario, all’interno del contesto economico che le ho appena descritto rispondendo alla sua precedente domanda, non è possibile alcuna valorizzazione. Con un’aggravante: i giovani sono sempre stati ingannati da un euro-ideologia unitaria che ha coinvolto destra e sinistra. Sono stati illusi su un mercato unico che si sarebbe preso cura di loro, offrendo opportunità e libertà di movimento. In realtà gli è stato garantito un futuro da stagisti a vita e bassi compensi. In alcuni casi, penso alla cosiddetta alternanza scuola-lavoro messa a punto da governi di centrosinistra (Riforma “La Buona Scuola”) e conservata e perfezionata dal multicolore governo Draghi, gli alunni-lavoratori hanno addirittura perso la vita e lo Stato si è trasformato in vero e proprio sfruttatore.
Lei è cresciuto nella politica giovanile, confrontandosi con uomini e donne di diverse fazioni. Cosa manca oggi alla nuova classe politica per emergere e trovare uno spazio reale?
Non può esistere un confronto tra ieri ed oggi. Un tempo la democrazia era una cosa reale, c’era una dialettica tra partiti, c’erano dei riferimenti sociali concreti. Si trattava di grandi organizzazioni che veicolavano idee, intervenivano nella società, davano senso alla voglia di combattere dei più giovani, offrivano riscatto. Oggi esistono dei comitati elettorali personali che sfruttano una leadership forte ed indispensabile per costruire carriere. Un tempo i partiti sopravvivevano a chi li comandava, oggi, se la Meloni dovesse stancarsi di FDI, Fratelli d’Italia scomparirebbe all’istante.
Il problema della sicurezza nelle nostre città può essere anche il risultato di una mancata o inefficace integrazione?
Il tema è collegato ad un’immigrazione selvaggia ghettizzante e forzata, voluta dall’alta finanza, che tiene al guinzaglio la nostra classe politica, anche per abbattere i salari dei lavoratori italiani, riversando nelle nostre città centinaia di migliaia di disperati. L’Africa agli africani, questa è la proposta geopolitica che può davvero bloccare questi processi migratori cosi massicci. Serve un commercio uguale con i paesi africani da parte dell’Occidente per evitare che arrivino a milioni. Le forze dell’ordine lavorano in condizioni di estrema difficoltà, spesso senza risorse e il necessario appoggio da parte dei governi. Anche di quelli che fingono d’essere amici della polizia per ricavarne un tornaconto elettorale.
È possibile che l’unica risposta resti l’intervento delle forze dell’ordine, oppure servono strumenti politici e sociali diversi?
Dobbiamo integrare chi è già in Italia e creare le condizioni perché gli altri non fuggano dal loro Paese. I governi guerrafondai di ogni colore trascurano sistematicamente sia il primo che il secondo aspetto. Più che all’integrazione la loro attenzione si concentra, troppo spesso, sul business di certe cooperative.
Se la sovranità popolare entra in conflitto con i diritti individuali, quale dei due principi è disposto a sacrificare?
In un tempo in cui l’ideologia della globalizzazione reprime la libertà di espressione, il valore della sovranità agisce ad un duplice livello. Esso garantisce innanzitutto il diritto di non piegarsi singolarmente alle costrizioni di quell’ideologia. Penso, ad esempio, al noto caso di una famiglia, residente in Abruzzo, colpita dai Tribunali senza aver commesso alcun reato contro i minori ma soltanto per uno stile di vita anti-globalista). Parallelamente, affermare concretamente la sovranità significa che la stessa possibilità di ribellione ai diktat dei mercati permane intatta anche per gli Stati, oltre che per le persone.
Come può difendersi il cittadino dalle ingerenze dei tecnocrati, come — secondo molti — è accaduto durante la pandemia da Covid-19?
Attraverso una vera sovranità sanitaria. Ovvero uscendo da organismi internazionali (penso all’Oms) che chiamano scienza gli interessi delle grandi industrie farmaceutiche.
Da molto tempo sostiene che l’Italia dovrebbe uscire dall’euro: con quale transizione e in quali tempi?
Vista la fase storica che stiamo vivendo, non mi meraviglierei se il mercato unico fosse divorato dalle sue stesse contraddizioni.
Chi dovrebbe sostenere il costo sociale di una riconversione monetaria?
Gli Italiani hanno già sostenuto costi sufficienti a causa della moneta. Vivevano in una delle prime economie al mondo. Oggi la classifica è assai più impietosa.
Sul piano della politica estera, l’Italia può davvero permettersi di ridimensionare la propria industria militare, che rappresenta uno dei pilastri nelle alleanze internazionali e ha un forte impatto sul mercato del lavoro?
Lei parla di ridimensionare la spesa militare, l’Ue parla di far confluire le energie e le risorse degli Stati Europei in un’economia di guerra, con modificazioni profonde del tessuto produttivo, una desertificazione di alcuni dei nostri asset strategici, e, verosimilmente giganteschi riflessi occupazionali. Non mi sembra una grande prospettiva.
In conclusione, come definirebbe l’anima di Democrazia Sovrana Popolare: un partito popolare strutturato o un punto di raccolta del dissenso anti-sistema?
Siamo una forza popolare, l’unica che vuole unire ceto medio produttivo e lavoratori per restituire dignità a una nazione svenduta da destra e sinistra.