Tra la fine del 1940 e l’inizio del 1941, sui “Cahiers du Sud” (n. 230 e n. 231), Simone Weil pubblicò, sotto lo pseudonimo di Émile Novis, il saggio L’Iliade o il poema della forza.
L’analisi del poema omerico costituiva per la pensatrice e scrittrice francese il punto di partenza di una profonda riflessione sul potere e sulla forza che dominano i rapporti tra le persone.
Quest’ultima, nella quale Simone Weil ravvisava il vero argomento dell’Iliade, è definita “ciò che trasforma in cosa chiunque le sia sottomesso”.
Quando viene esercitata fino in fondo, tramuta l’uomo in una cosa nel senso letterale del termine, perché ne fa un cadavere”.
Ne consegue che la forza “esercitata fino in fondo” contro l’uomo viene a coincidere con la violenza.
Significativamente in latino il sostantivo violentia, da cui discende la parola italiana “violenza”, deriva dall’aggettivo violentus, che, a sua volta, rimanda a vis, il cui significato principale è, appunto, quello di “forza”.
Può essere perciò chiamata violenta ogni condotta capace nel suo esito estremo di fare scadere ciò che è vivo a livello di semplice cosa, di convertire l’essere in nulla.
Vero è che anche tale idea di violenza ha subito una trasformazione significativa nell’epoca della globalizzazione, nell’epoca, cioè, che vede realizzarsi l’unità tecnologica ed economica del mondo.
Essa, infatti, tende a banalizzarsi, a passare, come ha scritto Zygmunt Bauman in Nati liquidi, “dalla classe delle azioni finalizzate a uno scopo all’ambito del passatempo”.
Si fa gioco, rimedio alla noia, male immotivato e, dunque, del tutto gratuito.
Eppure, a mio avviso, non è questo l’elemento decisivo di novità che la violenza odierna possiede rispetto al passato, ad esempio a quando Simone Weil scriveva L’Iliade o il poema della forza.
Ed è proprio questo nuovo elemento che rende manifesta la profondità e la radicalità delle trasformazioni indotte nell’uomo e nella società dal regime neoliberista.
Per comprendere quale sia suddetto elemento, occorre fare un passo indietro di circa cinquant’anni, risalendo fino al 1975, che vide Pier Paolo Pasolini lavorare febbrilmente intorno a diversi progetti: Scritti corsari, Lettere luterane, Petrolio, Salò o le 120 giornate di Sodoma, La Divina Mimesis.
Di estremo interesse risulta, in particolare, quanto scritto dall’artista bolognese sul “Corriere della Sera” in data 1 marzo 1975: “Che cos’è che rende attuabili – in concreto, nei gesti, nell’esecuzione – le stragi politiche dopo che sono state concepite? È terribilmente ovvio: la mancanza del senso della sacralità della vita degli altri, e il fine di ogni sentimento nella propria. Che cos’è che rende attuabili le atroci imprese di quel fenomeno – in tal senso imponente e decisivo – che è la nuova criminalità? È ancora terribilmente ovvio: il considerare la vita degli altri un nulla e il proprio cuore nient’altro che un muscolo”.
Dunque, per Pasolini sia le stragi del quinquennio 1969-1974 (da Piazza Fontana all’attentato al treno Italicus) sia l’efferata violenza urbana non riconducibile ad alcuna matrice politica rinvengono la loro causa principale in un duplice e correlato ordine di fattori: la trasformazione della persona in cosa e l’assenza di risonanza emotiva o sentimentale in chi uccide.
Se possedere “il senso della sacralità della vita degli altri” comporta il riconoscimento dell’intangibilità, inviolabilità, indisponibilità dell’essere umano, e se vedere o compiere un’azione suscita normalmente sempre una reazione nell’individuo a livello di emozioni o di sentimenti, la scomparsa del primo (il senso della sacralità) e l’estinzione della seconda (la reazione) hanno come conseguenza quella di ridefinire la fisionomia dell’uomo e della società intera.
Da una parte, sparisce il rispetto che sentiamo di dovere a un altro uomo che percepiamo in tutto a noi simile; dall’altra, ogni gesto o atto contro il prossimo non giunge neppure a scalfire l’aridità e l’apatia interiore che ci caratterizzano.
Così accade che uccidere una persona sia come gettare via una cosa inutile senza che nessun senso di colpa e vergogna si manifesti nella coscienza, turbandola e interrogandola.
Il processo di trasformazione antropologica, che Pasolini coglieva allo stato nascente, nei decenni successivi è giunto a compimento, trasformando una volta per tutte il paesaggio sociale del nostro Paese, a conferma di quanto il Nichilismo – la svalorizzazione di tutti i valori – sia coessenziale alla logica del capitalismo.
La gratuità e la banalizzazione della violenza, di cui parla Bauman, sono, a ben vedere, l’inevitabile conseguenza della reificazione dell’uomo (che scade a livello di cosa) e dell’assenza completa di empatia (vale a dire, del sentire il sentire degli altri). Uccidere – esercitare la forza – non equivale più a tramutare “l’uomo in una cosa nel senso letterale del termine, poiché ne fa un cadavere”; l’uomo, infatti, all’interno della società post-sociale (approdo estremo della società atomizzata) è già cosa anche da vivo, anche quando è vivo.
È cosa per gli altri e, spesso, è cosa anche per se stesso, nel senso che si percepisce cosa, si giudica cosa. La reificazione, in sostanza, precede, non segue la violenza. Sotto questo aspetto, il trionfo del capitalismo, specie dell’odierno capitalismo finanziario o liquido o della sorveglianza, è stato veramente il trionfo di un sistema disumano: ci ha separato (è questo il valore di fondo del prefisso dis) da ciò che la parola Humanitas ha significato nella storia della filosofia occidentale e continua a significare nell’uso comune.