Su quali basi o principi costruire una nuova ed adeguata cultura della difesa?

Vengo da un’esperienza sul campo, in qualche modo, sui temi della difesa e del mondo militare, come responsabile dell’ Università dei Sistemi Missilistici, la corporate university di MBDA.

Sono molto preoccupato. Stiamo correndo verso la guerra totale. Il Ministro della Difesa tedesco Pistorius ha detto che dobbiamo prepararci entro il 2029. Ma la preoccupazione maggiore è che siamo come sonnambuli che si dirigono verso l’abisso, e lo facciamo con quella protervia, quell’arroganza intellettuale che nasconde una profonda ignoranza e una gravissima irresponsabilità morale. Ignoranza della storia, ignoranza della natura della guerra, ignoranza dei valori originari dell’Occidente, ignoranza dei reali principi costitutivi della nostra civiltà, che dovremmo difendere dalle aggressioni delle autocrazie.

Per questo motivo, con amici, professori, studiosi e militanti politici, abbiamo ritenuto doveroso e necessario avviare una riflessione e un’iniziativa che si propone di costituire un Comitato per contribuire alla promozione di un’adeguata cultura della difesa e a elaborare soluzioni giuridiche e istituzionali indispensabili all’interesse e alla sicurezza nazionale.

Per parlare di un piano e di un programma di azione efficace che ponga le basi di una nuova cultura della difesa e che rifletta a fondo sui temi della guerra e della pace, vorrei partire da alcune domande cruciali. Le domande sono molto importanti. Diceva Oscar Wilde: “A dare le risposte sono capaci tutti, è a fare le domande che ci vuole un genio”.

Ho provato a identificarne sette, con la particolarità che alcune domande possono anche essere viste come risposte ad altre.

Perché l’orologio dell’apocalisse, creato nel 1947, che pose inizialmente le lancette a 7 minuti dalla mezzanotte, è giunto ora al livello di 89 secondi?

Perché oggi, nelle relazioni internazionali, si assiste a un drastico e drammatico declino, se non alla scomparsa, delle capacità diplomatiche e negoziali?

Perché in Europa, salvo eccezioni, mancano leader saggi e competenti nel senso che intendeva Henry Kissinger nella sua ultima intervista, pochi giorni prima di morire?

Perché in Occidente si è affermata una concezione ideologica e moralistica dei conflitti internazionali, come se essi non fossero lotta tra potenze che si fronteggiano per i propri interessi, ma lotta tra il bene e il male, tra tutta la ragione da una parte e tutto il torto dall’altra, conflitti che pertanto vengono caricati di significati etici e metafisici?

Perché in Europa si è diffusa una retorica bellicista che il grande psicoanalista James Hillman ha chiamato “un terribile amore per la guerra”, scollegato dall’amor patrio, dal senso di protezione della comunità di appartenenza e dall’interesse nazionale? Oltre a essere totalmente scollegato dallo scendere personalmente in campo, a fronteggiare il nemico sul campo di battaglia? Nei tempi antichi non dimentichiamo che filosofi, intellettuali e poeti erano nello stesso tempo soldati e andavano a combattere di persona. Inoltre, come diceva Erasmo, riprendendo un detto latino, “Dulce bellum inexpertis” (la guerra è dolce per chi non l’ha provata). Chi la conosce fa di tutto per evitarla. Nella mia esperienza a stretto contatto con le Forze Armate, posso dire che sono i militari coloro che soprattutto hanno un atteggiamento prudenziale, mentre imperversano politici mediocri, invasati di fanatismo bellico.

Perché il grande giurista e politologo Carl Schmitt sostenne che il ripudio della guerra da un punto di vista moralistico e di un diritto universale in realtà la facilita, in quanto criminalizza il nemico? Schmitt alludeva alla fine delle guerre tradizionali con le loro regole e i loro limiti rigorosi, che chiamava “guerre-duello”, e all’avvento delle guerre di tipo nuovo, che chiamava “guerre-crociata”, ovvero guerre investite di una missione salvifica e universale e che, appunto, criminalizzano il nemico, non riconoscendolo e non legittimandolo come “altro” con le sue prerogative e i suoi interessi, ma come imputato da giudicare e condannare in maniera oggettiva e neutrale. Da qui le contraddizioni attuali sulla reale possibilità ed efficacia di una giustizia internazionale e le vicende relative alla Corte Penale Internazionale.

Infine, perché da parte delle classi dirigenti e del pensiero dominante è venuta meno la considerazione della realtà come cosa complessa e si è affermata invece una visione semplicistica dei fatti e delle cause storiche, unita a una generale indifferenza sulle conseguenze delle azioni e delle scelte? Ricordiamo la distinzione fatta dal grande sociologo Max Weber tra etica della convinzione (per cui si agisce in base a principi assoluti e irrinunciabili volendo ignorare le conseguenze) ed etica della responsabilità (dove si adatta il proprio agire in base alle circostanze, alle opportunità e alla valutazione delle conseguenze delle azioni).

Queste domande, se hanno un senso, ci danno i fondamenti su cui bisogna lavorare e procedere:

Capacità diplomatiche da ritrovare.

Consapevolezza della complessità della realtà.

Senso di responsabilità.

Rifiuto – mi si passi lo slogan – del cretinismo guerrafondaio senza cadere in uno sterile pacifismo utopistico.

Quindi, se vogliamo abbozzare una risposta su quale cultura della difesa abbiamo bisogno: 1) Dobbiamo sapere che la priorità non è l’universale astratto ma l’interesse nazionale, il senso di identità e di appartenenza che ci definisce amanti della patria. 2) La difesa dei nostri valori va perseguita coniugandola con una visione storico-pragmatica, attenta alle conseguenze e ai costi delle azioni, e formando la capacità di riconoscere la complessità del reale e di promuovere l’arte della mediazione e della negoziazione.

Ma qui sorge il problema: Di quali valori parliamo? Attenzione, qui ci scontriamo con un gigantesco equivoco storico-culturale. Sento spesso dire e proclamare che dobbiamo difendere, anche con la forza delle armi, i valori di democrazia e libertà dell’Unione Europea, i valori dell’Occidente contro l’autocrazia.

A questo proposito, Le racconto un aneddoto. Durante una mia lezione a un seminario dove vi erano studenti di varie nazionalità, feci un riferimento alle affermazioni di un noto filosofo liberale assai fazioso, Michael Walzer, che approvava le ragioni di una “guerra giusta” per difendere i valori dell’Occidente. Walzer aveva detto che i valori dell’Occidente sono valori universali nel senso che esprimono una superiore moralità e una promessa di pace universale a cui tutti devono tendere, e che questi valori sono iscritti nella Dichiarazione di Indipendenza e nella Costituzione degli Stati Uniti d’America. Al che uno studente cinese reagì sostenendo che non è vero che i valori dell’Occidente sono universali, ma che è il Confucianesimo, e più in generale la cultura orientale, a parlare meglio di pace e universalità. Ed ha proseguito dicendo che in realtà è l’Europa che ha prodotto nella sua storia il colonialismo e due guerre mondiali altamente distruttive e che è da respingere.

Al che io ho controbattuto che, in realtà, i valori propugnati dal filosofo americano sono solo una visione limitata e parziale, pur se oggi maggioritaria in Occidente. Essi non sono quelli costitutivi ed originari della civiltà occidentale, che risalgono all’epoca classica. I quali, soprattutto, sono valori che non esprimono affatto una qualsivoglia superiorità morale che oltretutto giustifichi una loro imposizione al mondo.

Volevo dire, molto sommariamente e in maniera estremamente schematica, che esistono due Occidenti: uno cattivo e l’altro buono.

Il primo, purtroppo egemone, ha le sue radici nella una cultura utilitaristica e tecnocratica (i cui capostipiti sono i filosofi inglesi Hobbes e Bentham), frutto della deriva nichilistica e individualistica del pensiero e dell’etica moderni, produttore di ideologia woke e gender, della cultura della cancellazione, del primato assoluto dell’economia (oggi finanz-capitalismo), e correlato alle gravi problematiche cui abbiamo parlato nel primo convegno sui giovani: la disuguaglianza economica (che nelle nostre società avanzate è enormemente più ampia che ai tempi prima della Rivoluzione francese o ai tempi dei faraoni), le attuali forme della politica che sottraggono le decisioni fondamentali alla volontà popolare, il tracollo demografico e il profondo e angosciante disagio giovanile.

Il secondo Occidente, invece, è espressione della millenaria cultura europea e che nella modernità ha avuto due vertici: con l’imperativo categorico di Kant (che esortava a considerare l’uomo come fine e mai solo come mezzo) e con le considerazioni di Hegel (che voleva porre un freno a quella che lui chiamava la bestia selvaggia dell’economia).

Bisogna recuperare tutta la potenza esplicativa ed etica di questo filone di pensiero, partendo dalle sue radici classiche greco-antiche, per perseguire la nostra missione: ovvero affermare una adeguata cultura della difesa con strumenti atti ad affrontare la complessità e l’incertezza, e a realizzare un mondo più giusto e pacifico partendo dalla realtà delle cose e non dai principi astratti.

Ho individuato in definitiva nel Realismo e nella Saggezza Pratica i pilastri di questa cultura.

Fatemi fare solo due incisi:

Il primo: il Realismo
Come sapete, la modernità è figlia della scienza e delle cartesiane idee chiare e distinte e tende a pensare nella forma “Aut aut”, ovvero come contrapposizione tra posizioni inconciliabili. Invece il pensiero classico, accettando la complessità, pensa nella forma “Et et”. È stato chiamato approccio multifocale: unire in qualche modo schemi e modelli anche in contrasto, ma che riescono a spiegare aspetti della realtà che altrimenti ci sfuggirebbero. Quindi: il realismo, non l’arroganza intellettuale moderna di aver capito in maniera unilaterale come vanno le cose nel mondo, che i Greci chiamavano Hýbris.

Il secondo: la Saggezza
La stretta connessione della guerra alla politica, al primato della patria e della comunità che deve difendersi e proteggersi da nemici esterni e affrontare un ambiente estraneo ed ostile. La Politica come arte dell’associazione e della convivenza umana e la guerra hanno una radice etimologica comune: Polemos e Politike techné. La radice comune rinvia al fatto, appunto, che politica e guerra sono strettamente connesse; la guerra è parte o destino della politica. È un fenomeno intrinseco alla realtà umana, impossibile da estirpare perché connaturato alla priorità del gruppo sociale, al principio della comunità che deve difendersi e promuovere sé stessa. Ma se i conflitti sono impossibili da estirpare, allora per evitare la dissoluzione della società, e anzi farla progredire, si doveva necessariamente associare il valore della moderazione, della giusta misura, della prudenza, che avrebbe allargato finanche le potenzialità dello stesso principio comunitario. Questo è il valore della saggezza, che i Greci chiamavano Sophrosýne, il contrario del vizio ultramoderno del primato dell’etica della convinzione sull’etica delle responsabilità.

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