La decisione della Suprema Corte di Cassazione che assolve definitivamente Giuseppe Clarà rappresenta un punto di arrivo e, allo stesso tempo, un punto di ripartenza. Per l’imprenditore crotonese, coinvolto nel procedimento “Stige”, la formula “perché il fatto non sussiste” non è solo un verdetto: è il riconoscimento che otto anni di sacrifici, restrizioni, difficoltà familiari e aziendali nascevano da accuse rivelatesi infondate. Per i suoi avvocati, Giuseppe Di Renzo e Giovanbattista Scordamaglia, questa sentenza chiude un percorso giudiziario ma apre una nuova fase: quella del risarcimento dei danni.Il comunicato diffuso dai due legali non si limita a commentare la portata della decisione. Ricostruisce invece passo dopo passo la trasformazione delle aziende della famiglia Clarà, prima “leader di mercato”, poi – secondo la difesa – travolte da sequestri, commissariamenti, dinieghi alla White list e infine avviate alla liquidazione. L’elemento ricorrente è la sproporzione tra mezzi impiegati e risultati processuali: tanto fragoroso il momento delle accuse, quanto sommesso quello dell’assoluzione definitiva.La vicenda, ricordano gli avvocati, non riguarda solo Giuseppe Clarà. Qualche anno fa era stata assolta anche la figlia, Teresa Clarà, dopo un rito abbreviato e una misura cautelare agli arresti domiciliari. Un altro tassello che secondo la difesa aveva già mostrato le crepe dell’impianto accusatorio.A completare il quadro c’è il caso di Salvatore Clarà, ingegnere e figlio dell’imprenditore, licenziato dalla gestione commissariale e poi reintegrato dal giudice del lavoro. Un reintegro, però, rimasto sulla carta perché nel frattempo la società era fallita: un passaggio che i legali definiscono “l’ulteriore prova dell’impatto distruttivo” dell’intera vicenda.La famiglia ora chiede che venga raccontato anche ciò che è accaduto dopo il clamore iniziale. Gli avvocati Di Renzo e Scordamaglia parlano apertamente di “macerie”, non solo simboliche, e invitano i media a dare alla sentenza lo spazio che merita. La strategia è chiara: far seguire al riconoscimento giudiziario un percorso di ricostruzione civile e reputazionale, dopo anni in cui – sostengono – la narrazione pubblica era stata segnata da sospetti rivelatisi infondati.
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