Il processo sul fallimento della Sigenco restituisce uno spaccato complesso di una delle più rilevanti crisi imprenditoriali degli ultimi anni nel territorio etneo. La società, un tempo considerata un colosso nel settore delle infrastrutture e delle costruzioni, venne dichiarata fallita nel 2013, lasciando dietro di sé un ingente passivo e una lunga scia di contenziosi.L’indagine, condotta dalla Guardia di Finanza, ipotizzava una bancarotta caratterizzata da operazioni distrattive e da una gestione ritenuta non conforme agli interessi della società. Gli accertamenti portarono anche al sequestro di beni per un valore stimato in circa tre milioni di euro.Dopo anni di dibattimento, la Prima sezione penale del Tribunale di Catania, presieduta da Riccardo Pivetti, ha pronunciato la sentenza: tre condanne e quattro assoluzioni. A essere condannati sono stati gli eredi del fondatore Santo Campione, ovvero Pietro Campione e Rosaria Arena, nonostante per loro i pm Alessandro Sorrentino e Fabio Regolo avessero richiesto l’assoluzione.La pena inflitta è stata di tre anni e quattro mesi, con interdizione dai pubblici uffici e inabilitazione all’esercizio di attività imprenditoriali. Condanna anche per Raffaele Partescano, ritenuto responsabile di una distrazione milionaria in seno alla Fortuna srl.Il Tribunale ha invece assolto i componenti del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, ritenendo non provata la loro responsabilità penale. La curatela fallimentare, rappresentata dall’avvocato Mario Di Giorgio, è stata riconosciuta parte civile e sarà risarcita in sede civile.Disposta anche la confisca definitiva dei beni già sequestrati, ubicati tra Catania e Sant’Agata Li Battiati. Un epilogo che non chiude definitivamente la vicenda: le difese hanno annunciato appello, mentre restano aperti i profili economici e civili di uno dei fallimenti più rilevanti del panorama imprenditoriale siciliano.
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